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lunedì 8 ottobre 2018

Sulle origini del tutto

In origine fu il Ginnungagap, il vuoto.
A Nord di esso fu creato il Niflheimr, terra di freddo e ghiaccio, di umidità e buio al cui centro fu posto Hvergelmir, pozzo gelido padre dei fiumi cosmici chiamato Elivágar. 
A Sud di Ginnungap fu invece creato Muspell, terra di luce e caldo nello torrido nella quale non può resistere nessuno che non vi sia nato, Sutr, gigante di fuoco dalla spada fiammeggiante, è guardiano di queste lande. 
Fu dall’incontro fra la brina gelida di Niflheimr ed il vento caldo di Muspell che nacque Ymir, primo gigante di ghiaccio, chiamato Aurgelmir dalla sua gente, esso veniva nutrito dalla vacca Auðhumla, generatasi allo stesso modo. 


Al principio era il tempo:
Ymir vi dimorava;
non c'era sabbia né mare
né gelide onde;
terra non si distingueva
né cielo in alto:
il baratro era spalancato
e in nessun luogo erba.

Ár vas alda
þars Ymir byggði
vasa sandr né sær,
né svalar unnir;
jǫrð fansk æva
né upphiminn;
gap vas ginnunga,
en gras hvergi.

(Voluspá, 3)


Accadde un giorno che Ymir, dormendo, stillò sudore e dal palmo della sua mano nascessero un maschio e una femmina, primi fra i suoi discendenti, ebbe anche un altro figlio frutto dell’accoppiamento fra i suoi piedi: una creatura dotata di sei teste.
Accadde un giorno che Auðhumla, dalle cui mammelle si originavano quattro fiume di latte, leccasse per nutrirsi alcune pietre ghiacciate e salate, verso il termine del primo giorno uscirono, da queste pietre, dei capelli, il secondo giorno la testa ed il terzo tutta una persona. 
Costui fu Buri, progenitore degli Dèi ed egli era bello, alto e forte, egli ebbe un figlio che fu detto Borr, e fu questi, unendosi con Bestla, figlia del gigante Bölþorn, a generare i primi Dèi: Óðinn, Vili e Vé. 

Furono costoro ad uccidere il gigante Ymir e a creare con esso i mondi in ciò che era il nulla.
Fu così che con il sacrificio di una creatura malvagia fu possibile ricavare la “materia prima” necessaria alla creazione dell’universo. 
Insieme ad esso furono uccisi dagli Dèi tutti i giganti della sua stirpe, annegati nel sangue del proprio progenitore, solo uno di loro riuscì a fuggire, insieme alla propria famiglia, a bordo di una imbarcazione: Bergelmir, da lui discese una nuova stirpe di Jǫtnar.

Ymir era malvagio e lo era tutta la sua stirpe, che noi chiamiamo dei giganti di brina.

Hann var illr ok allir hans ættmenn, þá kǫllum vér hrímþursa.

(Gylfaginning, Edda in prosa ) 

Essi presero Ymir e lo posero nel mezzo del Ginnungagap e da lui fecero la terra, dal suo sangue il mare e le acque. La terra era fatta della sua carne, le rocce delle sue ossa. I sassi e le pietre le crearono dai suoi denti, dai molari, e dalle ossa che erano rotte.

Þeir tóku Ymi ok fluttu í mitt Ginnungagap ok gerðu af honum jǫrðina, af blóði hans sæinn ok vǫtnin. Jǫrðin var gǫr af holdinu, en bjǫrgin af beinunum. Grjót ok urðir gerðu þeir af tǫnnum ok jǫxlum ok af þeim beinum er brotin váru. 

Del sangue, che dalle sue ferite corse e scaturì fuori, essi fecero il mare, quando formarono e saldarono insieme la terra, e quindi vi disposero attorno il mare come un anello, e sembrerà impossibile a molti uomini andare oltre a esso.

Af því blóði er ór sárum rann ok laust fór, þar af gerðu þeir sjá þann er þeir gerðu ok festu saman jǫrðina ok lǫgðu þann sjá í hring útan um hana, ok mun þat flestum manni ófœra þykkja at komask þar yfir. 

(Gylfaginning, Edda in prosa ) 


Dalla carne del gigante in putrefazione, che altro non è se non la terra, ebbero origine i primi viventi: i nani.
Essi ricevettero, per volontà degli Dèi, aspetto e saperi umani. 

A quattro di questi inoltre fu dato l’incarico di sostenere il cielo, costoro, che rispondono ai nomi di Norðri, Suðri, Austri e Vestri, svolgono quindi una funzione essenziale.

Così infatti viene narrato:

Presero anche il suo cranio, ne fecero il cielo e lo posero sopra la terra con quattro angoli, e sotto ciascun angolo posero un nano.

Tóku þeir ok haus hans ok gerðu þar af himin ok settu hann upp yfir jǫrðina með fjórum skautum, ok undir hvert horn settu þeir dverg


(Gylfaginning, Edda in prosa)

I giganti superstiti vennero confinati in Jötunheimr, luogo freddo e oscuro, estremo recinto dei mondi. 

Gli Dèi benedetti costruirono poi un mondo di mezzo, Miðgarð, destinato a diventare dimora dei figli degli uomini, come materia prima usarono le sopracciglia del defunto Ymir per creare un recinto che li difendesse dall’Iran dei giganti. 

Così infatti si narra: 

Ma all'interno della terra essi edificarono un bastione tutt'attorno al mondo, contro l'ostilità dei giganti, usando per il loro recinto le ciglia del gigante Ymir e chiamarono quella rocca Miðgarðr

En fyrir innan á jǫrðunni gerðu þeir borg umhverfis heim fyrir ófriði jǫtna, en til þeirar borgar hǫfðu þeir brár Ymis jǫtuns ok kǫlluðu þá borg Miðgarð. 

Con alcune scintille prese da Muspell vennero creati gli astri, ad essi furono assegnate sedi stabili o rotte precise da percorrere così che ebbe inizio il calcolo del tempo. 

Come ultima cosa i sacri Dèi presero il cervello di Ymir e, dopo averlo fatto a pezzi, lo lanciarono nel cielo dando così origine alle prime nubi come viene narrato anche nel discorso di Grìmnir.

Dalle sue ciglia
fecero gli dèi benedetti
Miðgarðr per i figli degli uomini;
dal suo cervello
vennero le tempestose
nuvole tutte create.

En ór hans brám
gerðo blið regin
miðgarð manna sonom; 
en ór hans heila
vóro þau in harðmóðgo 
ský ǫll um skǫpuð.



domenica 7 ottobre 2018

Sull'educazione

In quest'epoca di eguaglianza forzata e alfabetizzazione imposta questo nostro discorso apparirà a molti di voi come eretico, ne siamo perfettamente consapevoli, tuttavia rimaniamo convinti della sua bontà di fondo e desideriamo quindi portarlo avanti.
L’idea di un'alfabetizzazione universale è nata per motivazioni ideologiche a seguito della riforma protestante ed evolutasi di pari passo con il sorgere della società dei consumi.
Il principio cardine di questa ideologia è fondamentalmente semplice: tutti necessitano di educazione e tutti, a loro modo, hanno bisogno di essere educati, alfabetizzati, integrati ed in definitiva assimilati come ingranaggi dal grande Moloch che chiamiamo Civiltà.

Come tribalisti e come sostenitori delle identità e specificità locali noi sosteniamo un modello completamente opposto, basato sull’educazione domestica, sulla sperimentazione in prima persona della vita rurale e agraria garantendo, al contempo, il diritto all’infanzia e al gioco, strumento importantissimo per l’apprendimento.
La scrittura e la lettura siano riservate solo a coloro che davvero vi sono interessati, è inutile e dannoso limitare e rinchiudere l’esuberanza della giovinezza di molti per insegnare nozioni prive di una reale utilità per la maggioranza di coloro ai quale vengono inculcate.
La nostra educazione deve essere quindi orale, basata sul racconto e sulla trasmissione delle tradizioni, e deve essere pratica, il bambino e l’adolescente devono poter sperimentare in prima persona il mondo intorno a sé, acquisire sicurezza in sé stessi e crescere, ognuno secondo le proprie inclinazioni, sani, forti e coraggiosi, di quel coraggio che solo la pratica e la messa alla prova del sé possono donare.
Verrà quindi restituita importanza al carisma, al dominio di sé e allo sviluppo di una sana fisicità che porti anche ad una naturale rivalità giocosa, in opposizione ad un sistema educativo che spesso rende gli adolescenti deboli, insicuri ed inadatti allo scontro con la vita post accademica.

Quanti fra noi negli anni della nostra gioventù hanno passato tempo immemorabile ad imparare a memoria una miriade di nozioni appartenenti ai campi più variegati dello scibile e quanti sono riusciti ad afferrarne la vera essenza ed ad assimilarle nella loro completezza?
Pochi.

Quante di queste sono servite a raggiungere uno scopo ulteriore oltre a quello di ottenere un buon voto e dare prova dell'avvenuta memorizzazione di concetti?
Poche.

Non vogliamo certo creare una massa di ignoranti refrattari all'apprendimento; ricordiamo che fu lo stesso Godan a sacrificare il suo occhio per poter ottenere infinita conoscenza. 
Vogliamo soltanto restituire la dovuta importanza a quegli altri aspetti della conoscenza non scritta che ricoprirono un ruolo primario ed importante nello sviluppo societario. La saggezza popolare dei nostri avi più prossimi, dei nostri nonni e dei nostri bisnonni va lentamente a perdersi nelle nebbie od al più a riempire qualche ricerca antropologica di un qualche accademico; essa viene così privata della sua utilità reale.
Il restituire l’infanzia e l’adolescenza ai nostri giovani permettendo loro di imparare tramite il contatto con l’ambiente naturale, l’esplorazione ed il racconto è il nostro fine ultimo.

Vi è più sapienza in un mito raccontato innanzi ad un fuoco che in qualsivoglia scritto della letteratura ché mentre il primo è dinamismo del linguaggio, il secondo è prigioniero eterno della sua forma immutabile.

Note:
- Questo articolo nasce come provocazione ma rappresenta in tutto e per tutto il pensiero dell’autore e la linea del movimento “Le vie di Wodanaz”

Gli scongiuri nella tradizione germanica, parte II

Tradizione germanica e tradizione vedica

Una testimonianza dell’esistenza di una tradizione pregnante relativa ad Odino medico guaritore è il celebre Secondo Incantesimo di Merseburgo, del secolo X.
Segue il testo con annessa traduzione:

"Phol ende uuodan
uuorun zi holza.
du uuart demo balderes uolon
sin uuoz birenkit.
thu biguol en Sinhtgunt,
sunna era suister;
thu biguol en friia,
uolla era suister;
thu biguol en uuodan,
so he uuola conda:
sose benrenki,
sose bluotrenki,
sose lidirenki:
ben zi bena,
bluot zi bluoda,
lid zi geliden,
sose gelimida sin."

"Phol e Wōtan cavalcavano verso il bosco.
Allora al puledro di Balder
si distorse un piede.
Allora gli parlò Sinhtgunt,
e Sunna sua sorella.
Allora gli parlò Frija,
e Volla sua sorella.
Allora gli parlò Wōtan,
come lui sapeva ben fare
per strappi alle ossa,
per strappi sanguinanti,
per strappi di membra:
'Osso a osso,
sangue a sangue,
membro a membro,
così tornino uniti'."

L’incantesimo riassume verosimilmente un racconto leggendario di cui non si conoscono altre versioni con gli stessi protagonisti.
Il viaggio degli Dèi nel bosco potrebbe essere confrontabile alla processione degli Asi verso il frassino sacro Yggdrasil narrata nell’Edda di Snorri; l’elenco delle divinità fornito dall’autore islandese comprende Odino (i.e. Wotan), Freyja (i.e. Frija), Fulla (i.e. Volla) e Balder. Il nome Phol, non attestato altrove, potrebbe essere intepretato come una trascrizione scorretta di Thor, celebre membro degli Asi che si incontra regolarmente associato a Odino in molteplici contesti ed è pure presente nella lista di Snorri.

Il problema posto dalla sopravvivenza nel lungo periodo di questa particolare formula è certamente intrigante, e non solo per la possibilità offerta dalle fonti medievali e moderne di seguirne parte del percorso di trasformazione e adattamento a nuovi contesti. Una formula terapeutica che ricorda da vicino il Secondo incantesimo di Merseburgo compare infatti, come è stato da tempo notato, nientemeno che nell’indiano 'Atharva Veda'. Questo testo, la cui composizione viene datata intorno all’800 a.C., include un canto che invoca un’erba da utilizzare nella cura di un arto fratturato. I due nomi dell’erba evocati nello scongiuro, Arundhati e Rohani, rimandano entrambi a una radice verbale che significa "crescere".
Segue il testo della stessa:

"Rohani, tu fai crescere, crescere l’osso spezzato. Fallo ricrescere, o Arundhati! Quello che di te [il paziente] è ferito, ciò che è spezzato, in frantumi, possa il creatore guarirlo, rimetterlo insieme articolazione per articolazione. Possa il midollo riunirsi al midollo, il tendine al tendine. La parte della tua carne che è stata separata dal resto possa ricrescere intorno alle tue ossa! Midollo su midollo siano rimessi insieme, cute su cute ricresca. Il tuo sangue torni a scorrere intorno all’osso; la carne con la carne si saldi. I capelli ai capelli siano riuniti; la pelle aderisca alla pelle. Il tuo sangue torni a scorrere intorno all’osso. Ricomponi ciò che è spezzato, o erba!"

Come è noto, per la collocazione temporale delle origini indoeuropee sono state formulate le più svariate ipotesi. Le teorie più note sono tre: quella che, semplificando, potremmo chiamare dell’invasione in epoca relativamente recente di orde guerriere dalle steppe eurasiatiche; quella dell’espansione degli agricoltori neolitici dal Vicino Oriente; e quella della continuità paleolitica, che sostiene che il popolamento da parte dei gruppi indoeuropei delle aree occupate in epoca storica ha coinciso con la migrazione di homo sapiens sapiens in quelle stesse regioni nel corso del paleolitico.

Lo scongiuro di Merseburgo e il corrispondente inno vedico si spiegano solo alla luce dell’ultima delle citate teorie. Ne consegue che l’ipotetico minimo comune denominatore tra i due testi deve collocarsi in un tempo estremamente lontano della preistoria, molto probabilmente anteriore ai 15.000 – senza escludere una profondità cronologica ancora maggiore.
Il contenuto dell’incantesimo, che racconta in realtà un atto prodigioso, appartiene al repertorio dei Signori degli animali. Con tale definizione si usa indicare quegli esseri soprannaturali, sia maschili sia femminili, che, nelle culture dei cacciatori, regolavano il rinnovo delle scorte di selvaggina.

Fonti:
- Dal mito allo scongiuro, Paolo Galloni

Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz

sabato 6 ottobre 2018

Gli scongiuri nella tradizione germanica, parte I

La parola che designa gli scongiuri nelle fonti germaniche medievali è galdor (i.e. termine anglosassone per "canto" od "incantesimo") o galdr (i.e. termine norrero per "incantesimo").
Il campo semantico di galdr/galdor - i due termini condividono la stessa radice antico alto germanica galan (i.e. "cantare") con l'aggiunta del suffisso indoeuropeo 'tro' - occupa lo spazio che conduce dal canto all’incantesimo ed infine allo scongiuro, quello che in latino è coperto dai termini carmen (i.e. "canto") ed incantatio (i.e. "incantesimo"). Esso è parte di quella che si configura in tutto e per tutto come una performance nella quale le parole sono strumenti di cambiamento; a volte i testi quali l'islandese 'Galdrabók' (i.e. "libro degli incantesimi") invitano a non limitarsi a recitare la formula bensì a cantarla.

I galdra stanno tra folklore, medicina e liturgia, occupano un terreno intermedio tra quel territorio del folklore considerato innocuo dalla Chiesa e un altro decisamente più temuto dagli evangelizzatori, quello delle pratiche magiche apertamente opposte alla verità cristiana e dunque ricondotte all’attività deviante del demonio. Le parole portatrici di potere nei galdra conosciuti sono spesso tratte dalla liturgia cristiana, mentre, anche in quelli dai tratti apparentemente più arcaici, scarseggiano i riferimenti alle divinità pagane; un fatto che non sorprende, essendo le nostre fonti risalenti a epoche in cui non solo i copisti, di norma monaci, ma anche i fruitori, erano cristiani.
È significativo che nei testi più aperti alla cultura tradizionale – ad esempio nelle ricette del 'Bald's Leechbook' (i.e. testo altrimenti noto come 'Medicinale Anglicum' redatto in ambito anglosassone sulla metà del secolo X) e del 'Lacnunga' (i.e. "I Rimedi", testo della tradizione anglosassone risalente all'inizio del secolo XI) – i galdra compaiono in opposizione a wiglung (i.e. "divinazione/ritualità") e drycræft (i.e. "stregoneria"), ovvero i due termini anglosassoni che riassumono il concetto di stregoneria, mentre nella letteratura omiletica dei predicatori galdor, wiglung e drycræft figurano raggruppati in opposizione alle verità del cristianesimo. Tra i più celebri e complessi galdra anglosassoni altomedievali meritano una menzione l’Incantesimo delle nove erbe e l’Incantesimo dei nove ramoscelli di Woden, inclusi nel 'Lacnunga'.
Segue un estratto del secondo con relativa traduzione:

"[...] Sing þæt galdor on æcre þara wyrta, ær he hy wyrce [...] ond singe þon men in þone muð and in þa earan buta and on ða wunde þæt ilce gealdor, ær he þa sealfe on do.

"[...] Canta tre volte l’incantesimo (i.e. galdor) su ognuna delle erbe prima della preparazione […] e che qualcuno canti dentro la bocca dell’uomo e dentro le orecchie e sulla ferita questo stesso canto prima di applicare l’unguento."

Le parole dell’incantesimo incitano le erbe, le sollecitano a sfruttare al massimo i loro poteri naturali contro gli avversari che sono chiamate a fronteggiare. È come se prima di essere assunte dal malato le erbe dovessero a loro volta assumere le parole.
In entrambi gli incantesimi le erbe sono descritte come guerrieri dotati di poteri intriseci da valorizzare; tale caratteristica potrebbe da sola giustificare il coinvolgimento di Woden (i.e. Odino) nella sua doppia veste di medico e di nume tutelare dei guerrieri.
Pur apparendo il contesto ancora decisamente germanico, alla fine del componimento appare il Cristo che si erge in difesa del malato, a testimoniare la consapevolezza dello spostamento verso una declinazione cristiana del rituale; Cristo non è antagonista, ma in un certo senso collaboratore di Woden; la presenza di quest’ultimo, quindi, potrebbe essere motivata, più che dal suo passato di divinità pagana, dal suo ruolo di protagonista di racconti mitologici, alcuni dei quali certamente assai diffusi, nei quali egli esercita la funzione di misterioso mago e guaritore.

Fonti:
- Dal mito allo scongiuro, Paolo Galloni

Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz

giovedì 4 ottobre 2018

Fede

Cos’è la nostra fede? Su cosa si basa? Quante volte ognuno di voi si sarà sentito domandare cosa simile? 

La nostra fede è nei più antichi fra gli Dèi, nei compagni che hanno guidato e protetto la nostra gente per millenni.

La nostra è via antica, spesso ardua, priva delle facilonerie e delle semplici rassicurazioni delle religioni monoteiste.

È un percorso di crescita, riscoperta, saldezza e gioia.


Viandanti sicuri in questa terra di mezzo, figli di Godan e di Frea, consapevoli dell’antichità e dell’importanza della nostra stirpe, delle usanze più arcaiche e degli antichi riti conserviamo in noi l’eredità di quanti ci hanno preceduto, un patrimonio spirituale molto più antico di qualunque religione rivelata, un intimo legame fra noi e i nostri Dèi. 

Siamo coloro che seguono la via dei corvi, il richiamo del falco e del lupo. 


Nei nostri riti, nei sacrifici che effettuiamo, nelle fare, nelle sippe, nei kuni, nei clan che stiamo formando vi sono le basi per la nostra riappropriazione spirituale, nel nostro ritorno alla terra, alla tribù, a tutto ciò che è sacro e vero è posta la nostra speranza mentre negli Dèi, nella nostra fede, troviamo la forza, l’istruzione e la guida necessarie. 


martedì 2 ottobre 2018

Frawjô

“Tertius est Fricco, pacem voluptatemque largiens mortalibus.”
- ʻGesta Hammaburgensis Ecclesiaæ Pontificumʼ di Adam Bremensis

Teonimo derivante dal sostantivo maschile protogermanico *frawjô il cui significato è “signore”, identifica quella divinità del pantheon germanico che nella mitologia scandinava è nota come Freyr ed il cui corrispettivo anglosassone è Ing derivante dal protogermanico *Ingwaz al quale sono legati i nomi Yngvi, Yngvin, Ingwine ed Inguin. Il primo fra questi, stando ad una possibile ricostruzione dellʼiscrizione runica in Fuþark antico dellʼAnello di Pietroasele (i.e. gutanī [i(ng)]wi[n] hailag, “ad Ingwi dei Goti, santo”, III-IV secolo d.C.), risulterebbe essere il corrispettivo in lingua gotica di Freyr.
Da ciò si presume che il protogermanico *Ingwaz, nelle sue quattro versioni, non fosse altro che lʼantico teonimo dellʼAse Freyr. Nella ʻYnglinga sagaʼ che Snorri Sturluson scrisse intorno al 1225, si narra di come Yngvi-Freyr divenuto re di Svezia alla morte del padre Njörðr fondò la dinastia degli Ynglingar (i.e. “Scylfings” in ʻBeowulfʼ).
Infine, del teonimo Freyr si hanno diverse attestazioni in scritti latini. Nelle ʻGesta Hammaburgensis Ecclesiaæ Pontificumʼ di Adam Bremensis Freyr è attestato come
Friccus mentre nelle ʻGesta Danorumʼ di Saxo Grammaticus è attestato come Frø.

Stando allʼEdda Poetica di Snorri Sturluson Freyr nacque dallʼunione fra Njörðr, dio del mare e dei naviganti, e la sorella di questʼultimo; questi si separarono dopo la nascita di Freyr. Prima di questi ebbero unʼaltra figlia al quale diedero il nome Freyja.
Freyr dunque, alla stregua di suo padre e di Freyja, è una divinità appartenente alla stirpe dei Vanir. Con il concludersi della guerra scoppiata fra questi ultimi e gli Æsir egli si stabilì assieme con la sorella ad Ásgarðr con la quale, stando a quanto riportato nella Lokasenna, ebbe una relazione. Lì gli Æsir lo resero governatore di Álfheimr (i.e. “terra
degli Elfi”); divenne così ʻhinn ágætasti af ásumʼ (i.e. “il più illustre fra gli Æsir”).
Egli è lʼAse della bellezza, della pace e della fecondità come appunto recita il seguente passo tratto dal libro quarto delle ʻGesta Hammaburgensis Ecclesiaæ Pontificumʼ di Adam Bremensis:
“Tertius est Fricco, pacem voluptatemque largiens mortalibus. Cuius etiam simulacrum
fingunt cum ingenti priapo [...] Omnibus itaque diis suis attributos habent sacerdotes, qui
sacrificia populi offerant [...] si nuptiæ celebrandæ sunt, Fricconi (lybatur).”
Segue la traduzione:
“Il terzo è Freyr, il quale procura ai mortali la pace e la voluttà. [Gli scandinavi] sono soliti
realizzarne il simulacro con un enorme fallo [...] Essi hanno dei sacerdoti adibiti a tutti i loro
dèi, che a essi presentano i sacrifici del popolo [...] se vi sono delle nozze da celebrare,
(viene fatta unʼofferta) a Freyr.”

La sua sposa è Gerðr, una gigantessa di incomparabile bellezza. Per conquistarne il cuore chiese aiuto al suo vassallo Skìrnir al quale dovette cedere come ricompensa per i suoi sevigi la sua infallibile spada assieme con la sua cavalcatura, forse Blóðughófi (i.e. “zoccolo insanguinato”), capace di
attraversare fiamme e fuoco.
A causa di ciò egli morirà durante il Ragnarök nellʼaffrontare lo jötunn Surtr il quale giungerà ad Ásgarðr dallʼestremo sud insieme alle fiamme ed ai Múspellsmegir (i.e. “figli di
Muspell”).

Stando a quanto scritto da Saxo Grammaticus nel libro terzo delle ʻGesta Danorumʼ, Freyr era venerato ad Uppsala come ʻdeorum satrapaʼ (i.e. “satrapo/viceré degli Dèi”) e lì
venivano fatti sacrifici umani in suo nome; tanto era radicato il suo culto che i luoghi limitrofi presentano ancora toponimi a lui legati.

lunedì 1 ottobre 2018

Il ruolo simbolico del focolare presso le tribù slave

Tradotto e rielaborato da Slavic protective magic in the Early Middle Ages on Polish territories di Joanna Wawrzeniuk


La parte importante della casa era un posto usato per preparare i pasti e riscaldarsi. Secondo fonti etnografiche, la stufa è una componente comune di credenze e rituali.
Era chiaramente una forma sviluppata del focolare sotto forma di camino e come tale continuerà ad essere considerato, perché il fuoco era un compagno inseparabile dell'esistenza. Stanislaw Ciszewski ha assegnato al focolare le seguenti funzioni:

1. era un ambiente sociale e come tale univa le persone in un gruppo solidale;
2. era un simbolo di vita ed esistenza; 
3. era una forma di altare, e come tale era un intermediario tra un gruppo di persone e gli spiriti dei loro antenati e il mondo extrasensoriale (Ciszewski, 1903, pp. 177-178).

Il focolare costituiva parte integrante della vita di un uomo e della sua famiglia, era il simbolo della vita familiare e della vita spirituale. 
Li collegava nella misura in cui qualsiasi evento importante era associato ad esso. 
A sua volta, il focolare si è manifestato nella vita spirituale come l'eterna adorazione del fuoco, visto come un dio che deve essere adorato. Il camino o la stufa erano un centro simbolico della vita familiare, attorno alla quale risiedevano gli spiriti guardiani degli antenati. 

Rituali associati al focolare, che sono l'espressione di un particolare rispetto, sono stati osservati in materiale etnografico. Il più arcaico di loro è l'abitudine di "nutrire" il fuoco, gli spiriti custodi, il clan e la famiglia. 
Questi trattamenti sono anche confermati da fonti scritte, che parlano di demoni del destino e di uno spirito di casa chiamato uboże, che doveva essere curato lasciando il cibo nei posti giusti. Anche il materiale archeologico disponibile dell'Alto Medioevo consente di confermare la presenza di diversi tipi di offerte insanguinate e sanguinanti vicino alla stufa e ai caminetti. 

Sia il fuoco atmosferico che quello terrestre avevano un valore sacro, perché l'effetto del contatto con loro era la dissoluzione di tutte le forme, o, di conseguenza, la liquidazione dell'opposizione che caratterizzava l'ecumene umano: inizio-fine, luce-buio, destra - sinistra, e così via.
Questo fuoco doveva anche essere domato applicando appropriati trattamenti apotropaici, che in questo caso assumevano la forma di proibizioni o comandi per quanto riguarda la gestione del fuoco. D'altra parte il fuoco, la cenere, il carbone di legna o il fumo erano comunemente ritenuti avere poteri purificatori e protettivi. 
Alla luce delle fonti archeologiche, il culto di un fuoco divinizzato all'interno della casa è probabilmente il più difficile da rilevare. 
Nel corso dei secoli i riti magici legati all'adorazione del fuoco sono cambiati. 

Articolo in collaborazione con la pagina Facebook “Slavic Polytheism and Folklore notes”