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martedì 30 ottobre 2018

Bragz

Stando a quanto sostenuto da studiosi della filologia germanica il teonimo Bragi deriverebbe o dalla forma debole ʻbragiʼ dell'aggettivo norreno ʻbragrʼ (i.e. “migliore”) o dal sostantivo maschile norreno ʻbragrʼ (i.e. “arte poetica”, “metrica”) il quale però se legato al termine anglosassone ʻbregoʼ (i.e. “principe”) andrebbe a significare “guerriero” o “signore”; è possibile far risalire entrambe queste forme al sostantivo maschile protogermanico *bragz (i.e. ”principe”, “signore”) seppur questo condivida il suo significato solo con il sostantivo maschile ʻbragrʼ.
Bragi - o Brage che dir si voglia - era poi il nome di quel semimitico scaldo Bragi Boddason attivo nella prima metà del IX secolo; è forse a lui che fa riferimento quel passo del ʻGrímnismálʼ (i.e. “discorso di Grimnir”, Edda Poetica) dove un certo Bragi viene definito come ʻhann er æztr skáldaʼ (i.e. “il migliore fra gli scaldi”).
Il nome Bragi è tuttora usato come nome proprio di persona la cui versione femminile è
Braga.

Bragi risiede in Ásgarðr con la sua sposa e nella ʻValhǫllʼ (i.e. “sala dei caduti”) accoglie i guerrieri morti in battaglia come testimoniato nell'anonimo ʻEiríksmálʼ (i.e. “discorso per Eiríkr”, scritto per commemorare il re di Norvegia Eiríkr blóðøx) e nel poema ʻHákonsmálʼ (i.e. “discorso per Hákon”, scritto dallo scaldo Eyvindr Finnsson per commemorare Hákon goði morto nella battaglia di Stǫrð combattendo contro i figli di suo fratello, Eiríkr blóðøx).
Si dice che Bragi abbia rune incise sulla lingua ed è forse per questo che egli è ʻhann er ágætr at speki ok mest at málsnild ok orðfimiʼ (i.e. “famoso per la sua saggezza ma soprattutto per la sua eloquenza e abilità con le parole”, Edda di Snorri, Gylflaginning).
Giocando su entrambi i significanti del termine norreno ʻbragrʼ, Snorri Sturluson nel ʻGylfaginningʼ (i.e. “inganno di Gylfi”, Edda di Snorri) ci restituisce un ritratto breve e conciso dellʼAse Bragi:

“Bragi heitir einn [...] Hann kann mest af skáldskap, ok af honum er bragr kallaðr skáldskapr, ok af hans nafni er sá kallaðr bragr karla eða kvenna er orðsnild hefir framar en aðrir, kona eða karlmaðr.”

“Bragi si chiama egli [...] Conosce benissimo l'arte poetica, che da lui chiamata ʻbragrʼ e dal suo nome viene infatti chiamato uomo migliore (i.e. “bragr karl”) o donna migliore (i.e. “bragr kvenna”) chi possieda un'eloquenza superiore agli altri.”

Nella suddetta sezione dellʼEdda di Snorri è riportato il nome della sposa di Bragi così come anche il ruolo che questa svolge in Ásgarðr; Iðunn è Dea della giovinezza e ne custodisce i pomi:

“Kona hans er Iðunn, hon varðveitir í eski sínu epli þau er goðin skulu á bíta þá er þau eldask, ok verða þá allir ungir, ok svá mun vera allt til ragnarøkrs [...]”

“Sua moglie è Iðunn, che conserva nel suo scrigno di frassino le mele che gli dèi, quando invecchiano, devono mangiare per poter tornare tutti giovani, e così sarà sempre, fino al ragnarøkkr [...]”

Nello ʻSkáldskaparmálʼ (i.e. “Dialogo sullʼarte poetica”, Edda di Snorri) Bragi spiega le ʻkenningarʼ (i.e. “metafore poetiche”) ad Ægir nel corso di un banchetto, rivelandogli i miti e i racconti che le hanno originate; da una di queste si apprende che lʼAse Bragi è figlio di Óðinn:

“Hvernig skal kenna Braga? Svá at kalla hann Iðunnar ver, frumsmið bragar ok inn síðskeggja ás - af hans nafni er sá kallaðr skeggbragi, er mikit skegg hefir - ok sonr Óðins.

“Quali sono le kenningar per Bragi? Si può chiamarlo marito di Iðunn, primo creatore della poesia, áss dalla lunga barba - da questo nome, chiunque abbia una gran barba è chiamato skeggbragi – e figlio di Óðinn.”

Bragi compare anche nella ʻLokasennaʼ (i.e. “gli insulti di Loki”) come protagonista di un velenoso scambio di invettive che egli tiene con Loki il quale aveva interrotto con insulti ed offese la quiete del banchetto organizzato da Ægir al quale avevano preso parte tutti gli Æsir e le Ásynjur. In questa circostanza Bragi mostra il suo carattere incline alla mediazione e alla diplomazia; è pronto a offrire doni a Loki purché non sparga dissapori fra i presenti ma questi lo accusa di essere un vile e lo definisce ʻbekkskrautuðrʼ (i.e. “ fronzolo da panca”) suscitando le ire del poeta che minaccia di ucciderlo. La sua sposa Iðunn interviene per metter pace fra i due.

Dalla ʻLokasennaʼ si viene poi a conoscenza del fatto che Bragi abbia dei figli sia veri che adottivi:

“Iðunn kvad: Bið ek, Bragi, barna sifjar duga ok allra óskmaga, at þú Loka kveðir-a lastastǫfum Ægis hǫllu í.”

“Disse Iðunn: Ti prego, Bragi, di pensare ai figli veri e a quelli adottivi e contro Loki di non parlare con ingiurie nella corte di Ægir.”

I loro nomi non vengono però menzionati né nella ʻLokasennaʼ né in altra fonte. Subito dopo questo breve passo segue la risposta ingiuriosa e pungente dellʼAse Loki:

“Loki kvad: Þegi þú, Iðunn, þik kveð ek allra kvenna vergjarnasta vera, síztu arma þína lagðir ítrþvegna um þinn bróðurbana.”

“Disse Loki: Sta' zitta, tu, Iðunn! Dico fra tutte la più vogliosa d'uomini sei: fra le tue braccia, ben lavate, hai stretto l'uccisore di tuo fratello.”

Forse l'uccisore del fratello (i.e. “bróðurbani”) di Iðunn è proprio lo sposo di questʼultima, Bragi, dacché nonostante Loki le attribuisca una vita sentimentale molto movimentata l'unica relazione nota di Iðunn è quella avuta con Bragi.

Infine in un verso di Egill Skallagrímsson, si parla dell'occhio di Bragi (i.e. “Bragi auga”); su questa espressione di oscuro significato alcuni studiosi hanno basato la seguente ipotesi. Bragi, avendo un solo occhio ed essendo anchʼegli Ase della conoscenza poetica, risulterebbe essere una delle varie personificazioni di Óðinn ma non essendovi attestazione alcuna di ciò questa tesi è dai più rigettata.

lunedì 29 ottobre 2018

La follia di Erisittone

Anticamente l'Europa era ricoperta da centinaia di boschi sacri, luoghi volutamente lasciati inviolati per millenni dall'uomo e in cui, nonostante l'avanzare delle città e delle coltivazioni, venivano preservate la flora e la fauna selvatica. 

Un interessante mito che tratta del legame tra uomo, divinità e ambiente naturale è quello del principe tessalo Erisittone (Ἐρυσίχθων), le cui fonti più interessanti sono gli inni di Callimaco e le Metamorfosi di Ovidio.

Erisittone era un uomo arrogante e avido, che disprezzava le divinità e aveva solo a cuore i propri interessi. 

Un giorno decise che avrebbe costruito una grande sala per i festeggiamenti radendo al suolo un bosco sacro a Demetra/Cerere, dea madre della terra e artefice del ciclo delle stagioni. 

Questo luogo, situato a Dotio, non era mai stato toccato da mani umane. 

Callimaco dice che a stento una freccia poteva passare al suo interno tanto era folto, e che "dai rigagnoli sgorgava un'acqua come ambra". 


La Dea lo amava quanto Eleusi, il suo luogo più sacro, ma per Erisittone e i suoi uomini, incapaci di vedere la bellezza, era semplicemente un posto da distruggere per reperire legna. Nella versione di Ovidio, "Lì si ergeva una quercia immensa, secolare, ch'era lei da sola un bosco, e aveva tutto intorno al fusto addobbi di nastri, di ex voto e di ghirlande, a ricordo di grazie ricevute. Ai suoi piedi un'infinità di volte avevano danzato in festa le Driadi [spiriti delle querce], in cerchio, mano nella mano, intorno al tronco, che per le sue enormi dimensioni chiedeva più di quindici braccia per circondarlo. 


Sotto questa quercia il resto della selva scompariva, così come scompare l'erba ai piedi d'ogni pianta." Erisittone, giunto sul luogo, ordinò ai suoi venti compagni di fare a pezzi l'albero millenario. 

Quando vide che alcuni di loro esitavano, prese lui stesso l'ascia gridando: "Quand'anche non fosse solo cara alla dea, ma la dea in persona, tra poco a terra si schianterà con tutta la sua cima frondosa!". Vibrò quindi un primo terribile colpo alla quercia sacra, che parve lanciare un avvertimento alla banda di vandali. La sua corteccia sbiancò e dalla ferita nella corteccia fuoriuscì un getto di sangue. Uno dei soldati di Erisittone a quel punto si spaventò e, come risvegliatosi, cercò di impedire al suo capo di continuare la distruzione. 

Purtroppo non ci riuscì e finì per essere decapitato dal rabbioso Erisittone, che continuò poi l'abbattimento dell'albero. 

Callimaco narra che Demetra percepì subito la sofferenza delle sue piante sacre e che volle manifestarsi agli uomini per interrompere il loro operato. 

Inizialmente apparve loro nella forma di Nicippe, la sacerdotessa che presiedeva al suo culto nella città, con in mano ghirlande di papaveri e una chiave appesa alla spalla. 

La dea parlò a Erisittone con dolcezza, cercando di farlo ragionare: "Figlio, chiunque tu sia che tagli gli alberi consacrati agli dèi, fèrmati, figlio, figlio molto diletto ai genitori, fèrmati ed allontana i servi tuoi, se non vuoi che ti mostri la sua ira la dea Demetra, di cui ciò che è sacro stai devastando".  Come risposta l'avido tessalo le lanciò uno sguardo d'ira, simile a quello di un leone, minacciandola di piantare l'ascia anche nel suo corpo se avesse di nuovo interrotto la costruzione della casa in cui avrebbe elargito festini e banchetti. Intanto, invisibile, Nemesi trascrisse queste parole sulle sue tavole, decretando la fine del principe. 


Visto che la calma e la ragione non funzionavano con quei folli, Demetra si manifestò allora nella sua terribile forma divina: immensa e splendente, con i piedi toccava il suolo mentre il capo giungeva fino ai cieli. I venti compagni di Erisittone, uomini grandi "come giganti", per poco non morirono per la paura. Mentre loro, meri esecutori di ordini, fuggivano disordinatamente, la dea tuonando si rivolse al loro comandante. Chiamandolo non più "figlio" ma "cane" gli disse minacciosa che avrebbe banchettato, sì, ma senza fine. Immediatamente, una fame ardente e inarrestabile gli penetrò nelle viscere. 

Nel racconto di Ovidio, dopo la distruzione del suo albero, la dea al posto di manifestarsi agli uomini inviò una sua emissaria a cercare la Fame in Scizia, personificata come una vecchia orribile, rinsecchita e senza ventre, con il torso che pareva sospeso sulla spina dorsale. 


Seguendo gli ordini divini, la Fame si introdusse di notte in casa di Erisittone,  penetrando nel suo corpo, respirando nelle sue narici e diffondendosi nelle sue vene.

La conclusione della storia è identica: la maledizione pervase Erisittone, che divenne lacerato da un folle impulso a divorare  ogni cosa. Seduto alla sua tavola, consumava tutto ciò che producevano il mare, il cielo e la terra, senza però smettere di deperire. Torturato dalla brama di cibo e incapace di trovare pace, alla fine Erisittone mandò in rovina la sua casata spendendo ogni cosa per comprare cibo che non poteva estinguere il suo vuoto. 

L'avido principe concluse così la sua vita come un mendicante folle, costretto a racimolare avanzi alle mense e  a divorare il suo stesso corpo per la fame. 

Questa smania di cibo che attanagliava  il principe è la rappresentazione fisica del desiderio inestinguibile che lo aveva portato a non rispettare la vita umana, il mondo e le divinità che lo regolano. Demetra impose solo che il suo corpo rispecchiasse la sua anima corrotta. 


È interessante che il nome Erisittone vuol dire "colui che squarcia/apre la terra", cosa che potrebbe anche far pensare ad un mito riguardante i limiti posti verso un'attività umana e agricola sfrenata e priva di considerazione per i ritmi naturali e per le leggi divine. 

Una questione che direi essere quanto mai attuale -purtroppo- nel mondo di oggi.


Articolo dalla pagina Facebook “Mímameiðr”, pubblicato previa permesso 

domenica 28 ottobre 2018

Samhain e le cerimonie stagionali, parte IV

Trick or treat

È un'usanza di Halloween che i bambini vadano mascherati di casa in casa, chiedendo dolciumi e caramelle o qualche spicciolo ponendo la domanda 'Dolcetto o scherzetto?' nella quale la parola "scherzetto" è la diretta traduzione dell'inglese 'trick' (i.e. "inganno"). Nella formula vi è l'implicita minaccia di fare danni al padrone di casa ed alla sua proprietà nell'eventualità di non ricevere alcun dolcetto (i.e. "treat").
Esiste una filastrocca inglese insegnata ai bambini delle elementari che ricalca questa formula: "Trick or treat, smell my feet, give me something good to eat".

La pratica di mascherarsi risale al Medioevo e si rifà alla pratica tardomedievale dell'elemosina; i poveri andavano di porta in porta a Ognissanti ogni primo Novembre e ricevevano cibo dai padroni di casa in cambio di preghiere da recitare il due Novembre (i.e. giorno della commemorazione dei defunti) per i parenti di quest'ultimi che erano morti.
Questa usanza nacque in Irlanda e Gran Bretagna, sebbene pratiche simili per le anime dei morti si rinvengano anche in Sud Italia. Shakespeare menziona la pratica nella commedia del 1593 'I due gentiluomini di Verona' nel passo in cui Speed accusa il suo maestro di "lagnarsi come un mendicante a Hallowmas (i.e. Halloween)".

Alcuni storici affermano che i Celti in Samhain erano soliti travestirsi in modi spaventosi e sfilare per le strade per scacciare gli spiriti vagabondi fuori dai loro villaggi. I bambini Celti andavano di casa in casa per raccogliere legna al fine di preparare un gran falò nel centro del villaggio; una volta che il falò veniva acceso ogni altro focolare doveva essere spento per essere poi riacceso con un tizzone proveniente dal falò di Samhain del villaggio come simbolo di comunione e collegamento tra tutti gli abitanti. Ci sono documenti che evidenziano che la festività di Samhain fosse per i Celti strettamente legata all'offerta di cibo agli spiriti.

Note:
- questa usanza è presente da tempo immemore in molte regioni italiane con formule differenti da regione a regione. In Calabria ad esempio vi è la secolare tradizione del 'Coccalu di muortu' la cui formula associata è la seguente 'Mi lu pagati lu coccalu?' (i.e. "Me lo pagate il teschio?").

Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz

sabato 27 ottobre 2018

Samhain e le cerimonie stagionali, parte III

La simbologia di Halloween

Come ogni festa che si rispetti, non poteva mancare la classica leggenda intrisa ovviamente di contaminazioni cristiane che va a racchiuderne la simbologia condensandola in una storiella da tramandare per generazioni.
La zucca intagliata che rappresenta l'icona fondamentale della festa di Halloween è conosciuta ormai in tutto il mondo. Pochi sanno a quale episodio leggendario bisogna fare riferimento per comprenderne la natura simbolica.

L'usanza di intagliare zucche per la notte di Halloween è legata in un certo qual modo alla famosa leggenda dell'irlandese Jack O’Lantern (i.e. "Jack della lanterna"), un fabbro astuto, avaro e ubriacone che una sera al pub incontrò il diavolo. A causa del suo stato d'ebbrezza, la sua anima era quasi nelle mani del demonio ma astutamente Jack gli chiese di trasformarsi in una moneta promettendogli la sua anima in cambio di un'ultima bevuta. Mise poi rapidamente il diavolo nel suo borsello, accanto ad una croce d'argento, cosicché egli non potesse ritrasformarsi. Per farsi liberare il diavolo gli promise che non si sarebbe preso la sua anima nei successivi dieci anni e Jack lo lasciò andare. 
Dieci anni più tardi, il diavolo si presentò nuovamente e questa volta Jack gli chiese di raccogliere una mela da un albero prima di prendersi la sua anima. Al fine di impedire che il diavolo discendesse dal ramo, il furbo Jack incise una croce sul tronco. Soltanto dopo un lungo battibecco i due giunsero ad un compromesso: in cambio della libertà, il diavolo avrebbe dovuto risparmiare la dannazione eterna a Jack. 
Durante la propria vita commise così tanti peccati che quando morì fu rifiutato dal Paradiso e presentatosi all'Inferno venne scacciato dal diavolo che gli ricordò il patto, ben felice di lasciarlo errare come anima tormentata. All'osservazione che era freddo e buio, il diavolo gli tirò un tizzone ardente, che Jack posizionò all'interno di una rapa che aveva con sé. Cominciò da quel momento a vagare senza tregua alla ricerca di un luogo in cui riposarsi.

Vi starete chiedendo cosa c'entrino le zucche con tutto questo. 
La spiegazione è semplice; gli immigrati irlandesi, fuggiti dalle loro terre per la carestia della metà del XIX secolo, una volta arrivati in territorio americano non trovarono rape sufficientemente grosse da poter essere intagliate. Quel che trovarono fu una notevole quantità di zucche di dimensioni fra le più svariate; queste parvero loro un degno sostituto della rapa che in patria erano soliti usare per fabbricare una copia della lanterna del pravo Jack.

Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz

venerdì 26 ottobre 2018

Samhain e le cerimonie stagionali, parte II

Halloween

'All Hallows Eve' (i.e. "notte prima di Ognissanti") è una festività della cultura celtica diffusa nel nord Europa e nell'Italia settentrionale, derivante dalla festa pagana di Samhain, che si festeggia il 31 Ottobre con l'ultimo raccolto. Le credenze celtiche sono incentrate su divinità pastorali, da qui l’importanza di festeggiare il passaggio da una stagione all’altra. 

Samhain annunciava l’inizio del periodo freddo, dell’inverno e divideva insieme a beltane l’anno in stagioni fredde e calde. Segnava anche la fine dei preparativi dell’inverno, con le bestie messe al riparo ed il raccolto immagazzinato. Da quanto appena detto, dipendeva la sopravvivenza della comunità intera e delle persone più deboli come vecchi e bambini. 
Legata a tutto ciò è la credenza che la sera del 31 Ottobre e la mattina del 1 Novembre il mondo dei vivi e quello dei morti si avvicinassero e le forze sovrannaturali si radunassero come in nessun altro periodo dell’anno. Ottobre è il mese in cui la natura estiva inizia a morire lentamente, per cui venivano accesi fuochi, e venivano sacrificati cereali, animali e probabilmente anche umani per ingraziarsi e placare le entità sovrannaturali legate alla fertilità della terra; per quei tempi e per il periodo che si prospettava, sacrificare il bestiame o i cereali era una grande rinuncia. 
Questa festività era rivolta all’insieme delle forze sovrannaturali che in questo giorno vagano sulla terra. Quindi lo spirito di questi giorni era quello non solo di commemorare i defunti e chiedere di vigilare sul proprio futuro e preservare la comunità, ma anche di ingraziarsi divinità ed entità sovrannaturali chiedendo di preservare le provviste, i campi ed allontanare eventi nefasti (e.g. un deposito di cereali che prende fuoco od una malattia che decima il bestiame; entrambe queste evenienze avrebbero messo a rischio la comunità intera).

Nel secolo VIII il pontefice Gregorio III nella sua missione evangelizzatrice non vedendo di buon occhio il persistere di questa ritualità pagana e non volendo estirparla con la forza, decise di sovrapporvi quella festività di Ognissanti risalente al V secolo d.C. che era festeggiata il 13 Maggio; lo scopo era quello di diluire sempre più il ricordo di Samhain con il passare del tempo annullandone così la sua forte presa sulle popolazioni europee senza colpo ferire e senza generare ulteriori rivolte.
Solo un secolo più tardi la decisione di Gregorio I venne accettata da tutte le varie chiese del cristianesimo occidentale.

La festa di 'All Hallows Eve' viene erroneamente fatta passare come tradizionalmente americana; in realtà si affacciò sul suolo americano portata da quegli immigrati irlandesi e scozzesi che avevano abbandonato le isole in cerca di fortuna. Solo dopo il 1845 venne resa festa nazionale, anno nel quale giunsero molti immigrati irlandesi spinti da una grave carestia che colpì le coltivazioni di patate. 

Note:
- tradizioni popolari nello stile di Samhain sono presenti nella penisola italiana da tempo immemore in diverse regioni quali ad esempio Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Valle D’Aosta, Lazio, Calabria, Sardegna e Sicilia; ognuna di queste possiede il suo dolce tipico per il banchetto.

Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz


giovedì 25 ottobre 2018

Samhain e le cerimonie stagionali, parte I

Ci avviciniamo ad un periodo dell’anno nel quale fremono i preparativi per la cerimonia stagionale tra le più sentite: Samhain. Molto spesso le persone si fossilizzano sulla definizione di un giorno per la sua celebrazione arrivando ad adottare anche date di popoli geograficamente lontani; dimenticano però che più della data in sé è importante il periodo climatico visto che si tratta di una cerimonia stagionale legata a cicli stagionali e quindi al luogo geografico ed al clima, nonché alle usanze del popolo.
È inutile adottare a mio avviso date di popoli lontani; è più giusto concentrarsi sulle fasi climatiche del luogo in cui si vive non su quale sia il giorno tradizionalmente associato a simili cerimonie.
È giusto poi concentrarsi sul significato che le popolazioni attribuisce a quelle feste e sul modo di festeggiarle.

Le cerimonie in passato erano intese a drammatizzare la conclusione di un periodo di esistenza e a procurare, attraverso procedure semi-magiche, fertilità, prosperità, sole e/o pioggia per il futuro. 
Si distinguono diversi riti: 
- di mortificazione a simboleggiare la temporanea eclissi della comunità
- i riti di purificazione che puntavano ad eliminare gli elementi nocivi che potrebbero danneggiare la comunità 
- i riti di rinvigorimento che miravano a stimolare la crescita dei raccolti, la fecondità degli uomini e degli animali ed a garantire la quantità di pioggia e sole necessaria per tutto ciò in tutto l’anno
- i riti di giubilo erano quelli che chiudevano questo ciclo annuale di rituali sinora descritto e comprendevano un pasto in comune fra i membri della comunità allo scopo di rinsaldare i legami di parentela nel banchettare assieme con gli stessi Dèi; è in questa occasione che i defunti antenati ed i parenti in vita si ricongiungono. Si era soliti ricordare i fondatori della comunità e tutti coloro che non fossero più tra i vivi:
 
"i nostri fondatori sono con noi nello spirito" 

I Greci ritenevano che gli spiriti tornassero temporaneamente nelle feste Antesterie a cavallo tra Febbraio e Marzo mentre i Romani sostenevano che ciò accadesse nel corso dei Lemurialia che più delle volte si svolgevano nei primi di Maggio. I Mandei dell’Iraq e dell’Iran sono soliti celebrare una festa per i defunti ad inizio anno mentre le genti della Tailandia la celebrano in Aprile. 
Fra gli Hutsuli i riti di giubilo avevano luogo durante la Pasqua ed a Natale. 
Fra i Celti i riti di giubilo avevano luogo durante la festa di Samhain e sopravvivono ancora nella festa popolare chiamata Halloween.

Tutte le cerimonie stagionali vengono proiettate nel passato e nel futuro come escatologia. Le cerimonie stagionali che in origine erano strumenti funzionali del rinnovamento dell’esistenza annuale, divengono paradigmi dell’esistenza umana nel tempo; i festeggiamenti erano infatti legati ai periodi agricoli e di caccia, alla sopravvivenza della comunità e alla protezione dai fattori che potevano indebolire la comunità come la carenza di cibo o di selvaggina etc.

Note:
- giubilo: sentimento d’intima e intensa gioia, per lo più causato da qualche piacevole avvenimento e manifestato nelle parole e negli atti.
- Hutsuli: gruppo etnico-culturale ucraino.
- escatologia: dottrina che riguarda i destini ultimi dell’umanità e del singolo.

Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz

domenica 21 ottobre 2018

Il culto della quercia nei popoli indoeuropei -Terza parte

Anche tra gli Slavi sembra che la quercia sia stata l'albero sacro al dio del fulmine Perun, l'equivalente di Zeus e di Giove. 

Si dice che a Novgorod vi fosse un'imagine di Perun in forma di un uomo con una folgore in mano. 

Un fuoco di legno di quercia bruciava giorno e notte in suo onore, e quando si spegneva i custodi pagavano con la vita la loro negligenza. 


Sembra che Perun, come Zeus e Giove, sia stato il Dio principale degli Slavi; poiché Procopio ci dice che « gli Slavi credono che un Dio, quello che scaglia la folgore, sia l'unico signore di tutte le cose, e gli sacrificano buoi e ogni sorta di vittime ».


La principale divinità dei Lituani era Perkunas o Perkuns, il dio del fulmine e del lampo, la cui somiglianza con Zeus e Giove è stata spesso notata. 

Gli erano sacre le querce e quando furon tagliate dai missionari cristiani il popolo si lamentava a gran voce che le deità silvane venissero distrutte. 

Fuochi perenni accesi con il legno di speciali querce venivano mantenuti in onore di Perkunas e se uno di essi si spegneva veniva riacceso sfregando il legno sacro. 

Per avere un buon raccolto gli uomini sacrificavano alle querce e le donne ai tigli, dal che si può dedurre che considerassero le querce come maschi e i tigli come femmine. 


In tempo di siccità quando volevan la pioggia solevano sacrificare al dio del fulmine nei recessi del bosco un vitello nero, un capro nero, e un gallo nero. 

In queste occasioni tutti si radunavano in gran folla dai paesi vicini, mangiavano, bevevano e invocavano Perkunas. Portavano tre volte intorno al fuoco un boccale di birra, poi lo versavano sulle fiamme pregando il dio di mandare la pioggia. 

Così la massima divinità lituana presenta una stretta somiglianza con Zeus e Giove, essendo il Dio della quercia, del fulmine e della pioggia.


Riferimento: James G. Frazer – Il ramo d’oro


Orlando in collaborazione con Le vie di Wodanaz