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Come si può vedere da quanto sinora detto, la montagna per le genti germaniche non rappresenta solamente un qualcosa di negativo, bensì la sua prima accezione, dacché legata all’etimologia, è spiccatamente positiva; alla stregua di una fortezza, la montagna, con le sue altezze, protegge chi vi dimora. L’amore, come pure l’attenzione per la montagna non è esclusiva degli intellettuali romantici: basti pensare alla poetica del già citato Oswald v. Wolkenstein, sudtirolese che visse a cavallo fra il XIV e il XV secolo.
L’amore e l’attenzione nei riguardi della montagna sono indissolubilmente legati all’ambiente in cui un individuo nasce e si forma. Seppure su buona parte delle carte geografiche della prima età moderna non vi fossero riportati nomi per i valici o per i massicci montuosi ivi rappresentati, per le popolazioni che li abitavano essi invece portavano nomi mitici ed evocativi. Si pensi al Falzàrego, il cui toponimo è legato alle vicende dei Fanes: il padre della principessa Dolasilla tradì quest’ultima causandone la morte e guadagnandosi l’appellativo di fàlza régo, ossia Lad. per ‘falso re’. Le carte geografiche, spesso opera dell’intellighenzia urbana, erano inevitabilmente slegate dal panorama montano e dalla prospettiva di coloro che abitavano quei luoghi, acculturati o meno che fossero, e dunque non recavano segno di un mondo così lontano dai canoni di chi le aveva create.
L’ambiente plasma gli individui e questi a esso si rifanno per definire le loro vite, dacché essi ne dipendono. È in questo legame stretto che trova la sua origine una parte dell’essenza degli individui, come pure una parte delle loro coscienze. Con le loro conoscenze, acquisite tramite l’interazione con il territorio, gli individui plasmano quest’ultimo rendendolo fortezza a difesa delle loro vite e dei loro aneliti.
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Uno dei principali Minnesänger operanti sulle Dolomiti fu Oswald v. Wolkenstein [17]. Con buone probabilità nato a Burg Schöneck, nei pressi di Pfalzen in Val Pusteria (BZ), Oswald v. Wolkenstein visse per buona parte della sua vita a Burg Hauenstein, immerso nei boschi ai piedi dello Sciliër.
La poetica dei suoi Lieder subì l’influsso di quei luoghi, divenendone manifestazione letteraria. Esempio principe di quanto sinora detto è il Lied pastorale, noto con il titolo di Ain Jetterin, di cui ora segue la prima strofa [18] con relativa traduzione e analisi filologico-grammaticale:
Il Leitmotiv delle ripide altezze e delle vorticose guglie montane, che più in là nei secoli diverrà uno dei temi centrali dell’universo romantico, appare qui in tutta la sua forza. La montagna è sì lo sfondo bucolico del componimento ma viene anche apostrofata come ‘aguzza’ e ‘aspra’, è insomma una fortificazione perfetta, uno scrigno dove poter celare sé stessi e i propri desideri più reconditi.
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[17] Oswald v. Wolkenstein (nato nel 1377 c.ca, forse a Burg Schöneck nella Val Pusteria, morì il 2 Agosto del 1445, Merano). Compositore, poeta e diplomatico.
[18] W. Weiß, N. Wolf, K.K. Klein, W. Salmen, Die Lieder Oswalds von Wolkenstein, Tübingen, Max Niemeyer Verlag Tübingen, 1987, p. 214.
Sempre in Wolff la montagna assume un’accezione particolare, quella di giardino fiorito. Nella leggenda delle rose si narra di come il re dei nani, Laurino, fu sconfitto da Teodorico da Verona in seguito al rapimento della principessa Similda.
Il regno del re dei nani, sito sulla montagna e delimitato da un sottile filo di seta, era nascosto fra infinite rose; fu lì che il re Laurino nascose per sette anni la principessa Similda. Fu Teodorico da Verona, accompagnato da Vítege e da altri guerrieri, a scovare la principessa prigioniera proprio grazie allo splendore delle rose fiorite che segnalò loro l’ingresso al regno di Laurino. Il nano, adirato, maledisse il suo roseto, tramutandolo in pietra, e «[...] fece un incantesimo, affinché le rose non si potessero più vedere né di giorno né di notte. Ma nel suo sortilegio il re nano aveva dimenticato il tramonto, che non è giorno e non è notte: così ancora oggi, dopo il tramonto, si vedono le rose rosse del giardino incantato» [13].
Questa leggenda eponima, a essa si deve il nome del massiccio del Rosengarten [14] come pure quello del fenomeno dolomitico dell’enrosadöra [15], fa del giardino montano un luogo manifesto che inganna però l’occhio dell’osservatore casuale, nascondendogli cose e persone, un rifugio a cielo aperto che cresce sulla fortezza.
Ulteriore fatto degno di menzione è la presenza di una cintura che dona a re Laurino «[...] la forza di dodici uomini» [16]. Elemento comune sia alla traditio germanico-scandinàva, basti pensare alla cintura dell’ase Þórr, sia a quella germanico-continentale, vedasi la cintura che Siegfried deve togliere a Brünhild nel Nibelungenlied, la cintura che dona forza e potenza è un ulteriore punto di raccordo fra il mondo ladino e quello germanico.
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[13] K.F. Wolff, I monti pallidi, Milano, Mursia, 2019, p. 24.
[14] G per ‘roseto’.
[15] Lad. per ‘arrossarsi, assumere una sfumatura rossastra’; equivalente del G Alpenglühen.
[16] Ibidem, p. 21.
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[6] U. Frevert, Gefühle in der Geschichte, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2021, p. 180.
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