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giovedì 9 settembre 2021

Il Fato

Gæð a wyrd swa hio scel.

Così recita il secondo semiverso del quattrocentocinquantacinquesimo verso del poema anglosassone Beowulf.
Il Fato procede secondo la sua volontà.

Wyrd bið ful aræd.

Così recita il secondo semiverso del quinto verso del poema anglosassone The Wanderer [1]. 
Il Fato è inesorabile.


Quante volte abbiamo sentito persone a noi vicine discutere sulla loro vita e su quanto fosse stata ingiusta la sorte nei loro confronti?
Molte.
Quante volte noi stessi dentro di noi ci siamo lamentati per qualche accadimento spiacevole che il Fato ci ha riservato?
Molte e negarlo sarebbe inutile.
Quante volte davanti a consigli del tipo "Non soffermarti sulla tua sofferenza ma vai avanti!" ci siamo sentiti rispondere "Cosa puoi capire tu della mia sofferenza e del mio dolore?".
Molte.

Ogni individuo sperimenta una serie di sensazioni fra loro ordinabili per grado e intensità ed è logico asserire che il dolore più grande provato da un individuo appare a quest'ultimo come la somma sofferenza a cui il genere umano  ha dovuto far fronte. Perché ciò accade? Semplice, perché l'individuo in quel momento non possiede un termine di paragone più grande e grave di questo. Il suddetto individuo sperimentando un dolore più grande del precedente porrà questo al vertice scalzando il precedente e così via.

La nostra natura di uomini moderni ci spinge spesso a concepire un evento doloroso come un fallimento da cui dover fuggire, come un'incrinatura di un ordine artificiosamente perfetto. 
Ecco che il Fato, nel manifestarsi in tutta la sua apparente indifferenza per i destini degli dei e degli uomini, acquisisce una dimensione negativa. Gli uomini lo calunniano oppure rinunciano a credere in esso definendo la loro esistenza come un'esperienza legata al caso e quindi priva di qualsiasi fondamento metafisico.

Le popolazioni germaniche, sia continentali che scandinàve, credevano nel Fato intendendo quest'ultimo come una suprema sorte a cui neppure gli Dèi potevano sottrarsi.
Innumerevoli sono le saghe che offrono uno spaccato di questo sentimento, prima fra tutte la Gísla saga Súrssonar. In questa il protagonista, dopo essere stato dichiarato fuorilegge per aver vendicato con l'omicidio l'uccisione di un suo fratello di sangue, cerca in tutti i modi di sfuggire alla vendetta dei parenti dell'ucciso, nascondendosi negli anfratti più profondi dell'Islanda.
Seppure vivendo così egli fosse al sicuro dai suoi nemici, il suo sonno era turbato da visioni e da premonizioni che si rivelarono essere vere. Gísli morirà proprio come nel suo sogno: stanco di fuggire decide di abbracciare il suo Fato affrontando i suoi nemici. 
Il capitolo IX della suddetta saga si chiude così: «[...] því at mæla verðr einnhverr skapanna málum, ok þat mun fram koma, sem auðit verðr» ossia: «[...] il Fato deve trovare qualcuno tramite cui parlare e ogni cosa che deve accadere accadrà di certo».
 
Il Fato va seguito, qualunque esso sia, e non va combattuto. Opporvisi è inutile tanto quanto negarne l'esistenza.

 

È nostra intenzione chiudere questo breve articolo con il testo di un Lied tedesco che vuole essere d'esortazione a tutti coloro che dubitano di sé stessi se posti dinanzi al Fato:

 
Essere un lanzichenecco è la mia indole 
e nel pensare solo alla guerra e al vagare
mandai in frantumi la mia fortuna! 
Non ebbi cura alcuna della casa paterna
e così, come è prevedibile, io finii in rovina. 
 
O vecchi miei, voi avete ragione: 
io ho amato, combattuto e gozzovigliato,
non ho nulla da lasciare come eredità!
Non giurai promessa alcuna sull’altare
eppure per la mia amata ugualmente morirei! 
 
Molte volte l’acciaio affondò nelle mie carni
bruciando più di un’ardente fanciulla -
o Morte, di ciò non ho alcun rimorso!
Non appena le ferite si rimarginavano
io, o fratelli, tornavo da voi ancora!
 
Ora che invecchio sempre più, anno dopo anno,
non sono più quello che un tempo ero,
le mie armi arrugginiscono sotto chiave.
Lasciami, o Dio, cadere in battaglia!
Credimi, anche nel morire io ti ringrazierei! [2]
 
 
Siate come il protagonista del Lied che avete appena letto: cercate di non avere rimpianti e accettate il vostro Fato che sempre coincide con ciò che voi siete, chiedetegli un'occasione di redenzione ma nulla più.
Seguendo questo link potrete trovare una versione cantata del suddetto Lied con annessa traduzione:
 

 

Note:

- [1] cfr. Exeter Book, XXIII.

- [2] La traduzione è nostra. Segue ora il testo originale:

Ein Landsknecht bin ich von Natur 
und dächt an Krieg und Wandern nur, 
schlüg selbst mein Glück in Scherben! 
Hätt' keinen Sinn fürs Elternhaus, 
drum muss ich auch, man sieht's voraus, verderben! 
 
Ihr lieben Leut, ihr habt ja recht: 
Ich habe geliebt, gekämpft und gezecht, 
bei mir ist nichts zu erben! 
Ich schwur nie Treue vor dem Altar, 
und doch könnt für mein Lieb, fürwahr, ich sterben! 
 
Es biss manch Stahl in meinen Leib,
viel heißer als ein glühend Weib - 
Tod, ich spürt' keine Reue! 
Und sind die Wunden kaum geheilt, 
bin, Brüder, ich zu euch geeilt aufs Neue! 
 
Nun werd ich älter Jahr um Jahr, 
bin nicht mehr der, der einst ich war, 
mein Werkzeug rost’t im Schranke. 
Lass, Gott, im Kampfe fallen mich!
Glaub mir, dass noch im Sterben ich Dir danke! 

martedì 24 agosto 2021

"Et vive la modernité!"... o no?


La modernità non si mette mai in discussione.

La modernità preferisce invece attribuire al passato la colpa, soprattutto quando non riesce a raggiungere i propri scopi.
Tutto ciò che oppone resistenza, anche minima, all’avanzare di ogni dogma moderno o postmoderno diviene un "problema culturale”. Ciò permette di scaricare ogni colpa su ciò che per la nuova ragione rappresenterebbe il vecchio: “Sono loro ad avere una mentalità retrograda, noi no di certo!" che tradotto vuol dire: “Come si permettono queste usanze plurisecolari, diretta derivazione di stratificazioni comportamentali millenarie e vera essenza di un intero popolo, di mettere in discussione l’idea che un tizio a caso - il più delle volte proprio sopra il Messico, chissà perché - ha avuto dall’altra parte del mondo l'altro ieri? È inaccettabile che nel 2021 eccetera eccetera eccetera”.

Vi starete chiedendo da dove derivi tutto ciò. Semplice.
Questo atteggiamento deriva proprio da una pretesa superiorità morale e culturale su tutto ciò che non aggrada la concezione nuova, una superiorità non attestata da prova alcuna.
È questa una corrotta manifestazione di quell'imperialismo che tanto disprezzano. Perché corrotta? Proprio perché si nasconde dietro cappelli frigi, livelle ammaliatrici, colombe con rami di ulivo e arcobaleni luminosi.
Questi individui, questi acritici sostenitori dell’applicazione assoluta e universale dei principi della rivoluzione francese - ché di questo fondamentalmente si tratta - sono convinti di rappresentare il Bene assoluto.
Tutto ciò che ha avuto luogo prima della presa di potere dei latori di questi principi - come pure tutte quelle genti che ancora oggi non vogliono applicarli acriticamente - è per loro inferiore. Seppure siano soliti negarlo a parole, dal loro modus operandi traspare ciò. Questi individui sognano un mondo ordinato secondo i loro principi, principi che ovviamente non mettono mai e poi mai in discussione: un mondo nel quale valga la stessa legge, sia a Oriente che a Occidente.
Sono soliti dirsi cittadini del mondo, quasi come se la loro terra non dovesse bastargli.
Il sacrosanto principio che ogni popolo abbia tutto il diritto di amministrarsi come meglio crede non li sfiora nemmeno.
Rinnegano la coercizione violenta e la guerra eppure si sentono in diritto di mettere il naso in affari che nemmeno conoscono e in usanze altrui di cui forse avranno letto due righe su Wikipedia. Colonizzare un popolo e annientarne l'essenza senza neppure sprecarsi a combatterlo sul campo. Presunzione.
Il tutto avviene poi con una naturalezza disarmante, anzi direi talmente spiazzante da poter competere con la naturalezza propria di un cavallo che piscia.

È tutto un "Abbasso l'Iran! Addosso all’India! Dagli alla Cecenia!" sino a esempi a noi più prossimi geograficamente come Russia e Ungheria - insomma uno starnazzare senza quartiere contro qualsiasi paese reo di non aver ancora abbracciato, in toto o in parte, l’assolutismo libertario.
Non importa se nemmeno saprebbero puntarlo sulla cartina, loro si sentono illuminati e in diritto di spiegare a popoli di cui non sanno nulla, di cui spesso non hanno nemmeno visto un rappresentate e di cui non conoscono la terra e le usanze, come questi debbano comportarsi.

Se non è follia questa, vecchi miei, non sapremmo davvero come altro definirla.

Questi individui non sono diversi dalle tanto da loro odiate multinazionali che in Africa e in Sud America bruciano terre e seviziano gente per erigere i propri stabilimenti e imporre lo stile di vita occidentale che vi va dietro - sono solo, molto semplicemente, meno visibili e decisamente più ipocriti.
La presunzione di rappresentare un “luminoso progresso” è però esattamente la stessa.
Noi lo riconosciamo, come anche siamo coscienti del fatto che le lamentele vuote restino tali.
Questo articolo non vuole quindi essere un chaier de doléances. Questo articolo è una lunga risata messa per iscritto da noi a danno degli imbelli dei nostri tempi.
Vi chiediamo dunque di ridere anche voi con noi.


(In foto un brāhmaṇa indiano, una ragazza kalash e sciamani mongoli)





lunedì 2 agosto 2021

I Goti

I Goti furono un popolo germanico originario del Götaland, in Svezia. Tra il secondo e il terzo secolo migrarono verso l'Europa sud-orientale - odierna Ucraina, Moldavia e Romania.

Convenzionalmente vengono suddivisi in tre gruppi: Visigoti, Ostrogoti e Gepidi. 
Per i Visigoti del periodo delle migrazioni  è più appropriato il termine "Tervingi" che significa "abitanti della foresta" [1] - spesso i toponimi visigoti del primo periodo erano legati alle foreste.
Vi sono poi gli Ostrogoti. Anche in questo caso è opportuno sostituire con "Grutungi" il termine Ostrogoti, più appropriato per il periodo delle migrazioni. Grutungi significa "abitanti delle steppe" o "abitanti delle terre terrose/sassose" [2].
Infine abbiamo i Gepidi, la cui origine del nome è ancora aspramente disputata fra gli storici. Riguardo al nome personale "Gepidi" esistono ben tre proposte etimologiche: la prima versione sostiene che il suddetto termine derivi dall'aggettivo goto gepanta (i.e. "pigro") visto che, a differenza degli altri goti, i Gepidi rimasero indietro; la seconda versione invece dice che il termine "Gepidi" derivi dalla fusione dei due termini latini Geates (i.e. "goti") e pedes (i.e. "piedi") dal momento che preferivano camminare e combattere a piedi piuttosto che a cavallo; secondo la terza versione, il termine "Gepidi" deriverebbe dal sostantivo composto greco Getipaides (i.e. "figli dei Goti"). 
Oltre alle tre analisi linguistico-etimologiche, del perché del nome "Gepidi" vi è anche una spiegazione legata al mito ma comunque non da scartare. Lo storico bizantino Giordane ricorda come i Goti discendano dal dio Gapt, forse una corruzione del personale Gaut - equivalente al Wotan dei Germani continentali e all'Óðinn degli scandinàvi, fondatore dei popoli germanici.

Inizialmente Visigoti, Ostrogoti e Gepidi erano parte dello stesso popolo, quello goto, che con il passare del tempo si spezzò in tre rami. Ciascuno di questi forgiò poi il proprio nome e la propria storia, a tanti nota dai libri di scuola.

Articolo di Аврелиан Сороковский


Note:
- [1] Tervingi o Thervingi deriva dal termine gotico thriu che vuol dire "albero" e che è affine al termine sassone treow/treo.

- [2] Grutungi deriva dall' antico sassone greut/greot che ha il significato di "terra, sassi".

venerdì 9 luglio 2021

Kalevala. Una breve presentazione - Completo

Condividiamo con i nostri lettori l'articolo completo sul Kalevala. Per accedervi basta cliccare sul seguente link:

https://drive.google.com/file/d/1tKYBm8TVD27FC1dqGKiKHkvS7Yz61qdW/view?usp=sharing

 


 

Kalevala. Una breve presentazione - parte III

Fra i principali leitmotiv dell’opera vi è quello del viaggio verso il Pohjola (v. Pohja) e il reame dei morti, Tuonela (v. Tuoni). I due suddetti reami complementari ma opposti sono parte di una complessa cosmologia[9]. Il mondo, originatasi da un uovo, presenta una complessa stratificazione.
Fra le varie sezioni del mondo finnico (cfr. n. 9) è il mondo degli uomini, il cui estremo nord coincide con il reame di Pohjola, a essere indissolubilmente legato al mondo dei morti, il reame di Tuonela.
Stando agli antichi canti raccolti da Elias Lönnrot, il Pohjola[10] - o landa del Nord - è dimora di quelle fanciulle che gli eroi provenienti dal reame di Kalevala sono soliti prendere in moglie. La strega Louhi regna sul suddetto reame e fui lei a commissionare al fabbro Ilmarinen, come dote per aver sposato sua figlia, una macina da cui si genera eterna abbondanza, il Sampo. Seppure gli antichi canti non restituiscano un preciso posizionamento geografico del suddetto reame, Lönnrot, sulla base dei racconti scandinàvi che identificavano gli antichi Finni come stregoni, cercò di comprendere se gli abitanti del Pohjola fossero Sami oppure Finni e dunque di collocare nello spazio esistente la landa del Nord. Tralasciando ciò, è importante ricordare di come il “nord” abbia da sempre ricoperto un ruolo primario nell’immaginario finnico; basti pensare al nome e al motto del secondo gruppo di volontari finlandesi che prese parte alla guerra d’indipendenza estone del 1919[11]. Ragionando in questi termini, ecco che il Pohjola diviene manifestazione della tremenda spinta metafisica che avvince i guerrieri sul campo di battaglia[12].
Per quanto concerne il reame di Tuonela, il suddetto è una landa delimitata da un fuime scuro è lì regna Tuoni con Tuonetar, la sua sposa. Nel reame di Tuenela vanno a dimorare in eterno le anime dei morti, senza che vi sia distinzione alcuna fra individui retti ed empi: entrambi condividono lo stesso fato, quello di vagare nella landa di Tuoni in forma di spettri. Nel 19esimo canto del Kalevala si narra di come Väinämöinen fosse giunto nel Tuonela per acquisire la conoscenza dei defunti - un leitmotiv comune anche alla tradizione scandinàva. Nel 14esimo canto l’eroe Lemminkäinen giunge dinanzi al nero fiume che circonda e protegge il reame di Tuonela allo scopo di uccidere un cigno che lì dimora - è questa l’ultima prova affidatagli dalla strega Luohi, sovrana di Pohjola, come pegno per la mano di una delle sue figlie. Lemminkäinen muore nell’impresa ma il suo corpo spezzato verrà ricomposto da sua madre e l’eroe tornerà nuovamente a vivere. Si può leggere in ciò un flebile rimando al fatto che la tremenda spinta metafisica che avvince i guerrieri sul campo di battaglia spesso è accompagnata dalla presenza tangibile della morte e che solo tramite una diretta esperienza della stessa è possibile nascere a nuova vita (cfr. n. 12).

 

Note:


[9] La cosmologia del mondo secondo la mitologia finnica è alquanto complessa. Ne segue una rappresentazione:

Taivaankannet = composto di taivaan (i.e. genitivo singolare del sostantivo taivas, “cielo”) e di kannet (i.e. nominativo plurale del sostantivo kansi, “coperchio, volta [celeste]”). Il sostantivo taivaankannet (i.e. “volte celesti”) va a designare il firmamento che è formato da più cieli sovrapposti, sei o nove di numero.

Lintukoto = composto di lintu- (i.e. apocope di lintujen, genitivo plurale del sostantivo lintu, “uccello”, privato della sua desinenza) e di koto (i.e. nominativo singolare del sostantivo kota, arc. per “casa”). Il sostantivo lintukoto (i.e. “casa degli uccelli”) designa quel velo, posto fra il mondo e il firmamento, che è dimora invernale dei volatili che lì vanno a svernare.

Maailmanpylväs = composto di maailman (i.e. genitivo singolare del sostantivo maailma, “mondo”) e di pylväs (i.e. nominativo singolare di pylväs, “pilastro, colonna”). Il sostantivo Maailmanpylväs (i.e. “pilastro del mondo”) designa l’Axis Mundi. Nella cosmologia finnica, quest’ultimo è collegamento diretto fra il reame di Pohjola e la stella polare che è perno per la volta celeste. Quest’ultima, sorretta dall’Axis Mundi, ruota attorno alla stella polare e da questo moto nelle acque del mondo si genera un vortice che ha nome Kinahmi (i.e. nominativo singolare del sostantivo kinahmi, arc. per “mulinello, vortice”) da cui poter discendere nel reame di Tuonela.

[10] Finn. composto di pohjois- (i.e. prefisso derivante dalla contrazione del sostantivo pohjoinen, “nord”) e di -la (i.e. suffisso che genera sostantivi identificanti un dato luogo).
L’altro nome con cui è noto il reame di Pohjola, ossia Pohja, deriva dal sostantivo finn. pohja, “fondo, nord (poetico)”.

[11] Il motto del Pohjan pojat - all’epoca sotto il comando dell’estone Hans Kalm - era appunto «Hakkaa päälle, pohjan poika!», ossia «Spazzateli via, oh figli del Nord!», un detto risalente forse all’epoca della guerra dei Trent’anni.

[12] La suddetta è una suggestione propria dell’Autore di questo articolo, non vi sono prove tangibili per poterla validare.

[13] Finn. composto di tuone[n] (i.e. genitivo singolare del sostantivo tuoni, “morte (poetico”) e di -la (i.e. suffisso che genera sostantivi identificanti un dato luogo).
L’altro nome con cui è noto il reame di Tuonela, ossia Tuoni, deriva dal sostantivo finn. tuoni, “morte (poetico)”.

[14] Kalevala, runo XV.

Kalevala. Una breve presentazione - parte II

 «Il modo in cui i canti alla base del Kalevala venivano recitati trova le sue radici nella tradizione sciamanica dei Finnici: un primo cantore e un secondo cantore battono il tempo con le mani eseguendo i canti in canone, accostandovi formule magiche e incanti. È questo un uso che ricalca - tranne che nel nome dei due praticanti - quello delle figure più arcaiche dello sciamano e del suo aiutante. Le consuetudini sciamaniche storicamente si costruivano attorno all'uso di tamburi e al canto, due peculiarità che sono proprie dei laulajat[5] finlandesi»[6]. Gli stessi protagonisti dei runi del Kalevala erano sciamani e cantori, primo fra tutti Väinämöinen a cui si deve la fabbricazione del secondo kantele[7], su ispirazione del primo kantele realizzato dal fabbro Ilmarinen. Si può dire che per quei cantori rurali con cui Elias Lönnrot entrò in contatto nel corso dei suoi viaggi, il recitare gli antichi canti avesse ancora una forte connotazione sacrale. È importante ricordare che spesso la figura del cantore kareliano collimava spesso con quella di guaritore-consigliere.
 
Con il suo sesto viaggio, da lui compiuto sul finire del 1834, Elias Lönnrot concluse la sua prima raccolta di canti che pubblicò fra il 1835-1836 in due volumi con il titolo di Kalewala, taikka Wanhoja Karjalan Runoja Suomen Kansan muinoisista ajoista (i.e. Il Kalevala, ossia antichi poemi kareliani sui tempi passati delle genti finlandesi). Subito dopo la pubblicazione di questa prima edizione, Lönnrot continuò a raccogliere testimonianze orali sinché nel 1849 pubblicò una nuova versione della raccolta ampiamente rimaneggiata. Secondo lo storico Väinö Kaukonen, un 3% dei versi di questa nuova versione fu composto autonomamente dallo stesso Lönnrot senza far riferimento a varianti di qual sorta, un 14% fu composto dal Lönnrot basandosi sulle varianti esistenti dei vari canti, un 50% subì un minimo rimaneggiamento per renderlo più comprensibile al lettore finlandese ignaro del dialetto kareliano e l’ultimo 33% rimase intaccato[8].

 

Note:

[5] Finn. nominativo plurale del sostantivo laulaja "cantore, cantante", in questo caso "cantore".

[6] cfr. R. Giddings, Sami Culture. «Shamans of the Kalevala: a Cultural Analysis» [In rete] https://www.laits.utexas.edu/sami/diehtu/siida/shaman/kalev.htm (11 Giugno 2021):

The manner of delivery for the songs which constitute the basis for the Kalevala has roots in the shamanic tradition of the Finns, with a foresinger and aftersinger clutching hands as they invoke the songs, charms and incantations which mirror the precursor roles of shaman and shaman’s helper in everything but name. Shamanic tradition historically relies on drumming and singing, both of which characteristically are featured in the Finnish laulajat.

N.B. Sull’argomento si consiglia: https://www.spiritboat.ca/2012/04/the-rise-of-kalevala-era-shamanism.html?m=1.

[7] Strumento musicale tipico della tradizione ugrofinnica. La creazione del secondo kantele è narrata nel quarantaquattresimo runo

[8] cfr. V. Kaukonen, Lönnrot ja Kalevala, in «Finnish Literature Society», 1979.

Kalevala. Una breve presentazione - parte I

Alla stregua di quanto stava accadendo in tutta Europa, con la riscoperta da parte del mondo accademico del materiale epico-mitologico afferente al popolo germanico e a quello celtico, anche in Finlandia si venne a creare una raccolta dei canti legati alla tradizione ancestrale delle genti che un tempo l’abitavano. Filologo nato in una povera famiglia nella Finlandia del Sud nei primi dell’800, in un’epoca in cui la Finlandia era ancora un ducato sotto il controllo dell’Impero russo e la lingua ufficiale era lo svedese[1], Elias Lönnrot prese l’impegno, assieme ad altri intellettuali, a strutturare le basi per la nascita di una coscienza nazionale finlandese.
Lo sforzo principe compiuto da Lönnrot fu quello di riunire in un unico corpus quei vari canti epici della tradizione orale della Karelia e del resto della Finlandia orientale il cui materiale poetico risaliva a più di tre millenni fa. I suddetti iniziarono a essere messi parzialmente per iscritto sin dai primi anni del secolo XVII da figure vagamente interessate alla materia ma fondamentalmente sino al secolo XIX rimasero per lo più diffusi per via orale. Fra il 1828 e il 1834, Elias Lönnrot compì sei viaggi in varie zone della Karelia con lo scopo di mettere per iscritto l’epica kareliana e salvarla dalle nebbie del tempo.
Numerosi erano i cantori kareliani che mantenevano intatta questa tradizione; fra tutti questi spiccava Arhippa Perttunen il quale nel 1834, durante il quinto viaggio compiuto da Lönnrot nella Finlandia rurale dell’Est, cantò nel dialetto careliano alcuni dei poemi di sua conoscenza. Questi, dotato di un’eccezionale memoria, recitò un numero elevatissimo di versi dinanzi a Lönnrot. Stando allo studioso Väinö W. Salminen, i versi che Arhippa Perttunen conservava nella sua virsilippaansa[2] ammontavano a più di diecimila, un repertorio quindi sconfinato[3]. Si può affermare con certezza che ben un terzo dei versi contenuti nei runi[4] della prima edizione del Kalevala è da attribuire al Perttunen.

 

Note:

[1] Prima di passare all’Impero russo, in seguito alla guerra di Finlandia fra Svezia e Russia del 1808-1809, il granducato di Finlandia era territorio svedese.

[2] Finn. composto di virsi - troncamento di virsien, genitivo plurale del sostantivo virsi “canto, inno sacro” - e lippansa - possessivo di terza persona singolare del sostantivo lipas “baule, scrigno”; insomma “scrigno dei canti”, metafora per ‘memoria’.

[3] cfr. H. Sihvo, Karjala - Laulun ja sanan maa, Karisto Ed., 1983, ISBN 9512320894, pp. 11-16.

[4] I runi (dal finn. runo - sostantivo che sta a indicare un poema o una sua sezione; nom. plur. runot) sono i vari canti di cui il Kalevala è composto. I suddetti sono in tetrametri trocaici, aventi però foggia peculiare, e venivano eseguiti dai cantori su due linee melodiche antifoniche costruite sulla serie musicale del pentacordo. Il ritmo della melodia era solitamente in cinque quarti ed il tutto era accompagnato dal kantele, strumento a corde della tradizione finlandese la cui creazione è da attribuirsi allo stesso Väinämöinen (uno dei protagonisti del Kalevala).