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sabato 30 giugno 2018

Galdur e Seiðr

Da tutti gli studi e le ricerche effettuate sui territori del “nord” è emerso che le pratiche maggiormente utilizzate in età pagana sono essenzialmente due, il Galdur ed il Seiðr.
Queste due pratiche sono sopravvissute fino ad oggi.

La principale distinzione tra i due tipi di "pratica magica" è essenzialmente di tipo morale.
Il Seiðr veniva visto come una pratica "vergognosa" poiché prevedeva il ricorso ad atteggiamenti tipicamente femminili. Probabilmente questo tipo di distinzioni indica soprattutto l’area di competenza del maschile e femminile intervenuta con il cambio di società e la guerra tra Asi e Vani.

Altro distinguo tra le due pratiche, è che il Seiðr potrebbe essere vicino alla pratica sciamanica o subirne le influenze poiché prevede uno stato di trance e/o una comunicazione con gli spiriti; non è riconosciuta come pratica sciamanica vera e propria ma molto vicina. Il Seiðr è attribuito al "popolo" dei Vani e Freyja l’ha insegnato ad Odino.

Odino si dice essere il padre dei Galdur, e questa pratica sembra essere prettamente maschile. In effetti la maggior parte dei ritrovamenti - quasi tutti - riguardanti la pratica ed i "sigilli" sono attribuiti agli uomini.

Altre ricerche, portano a definire il Seiðr come una pratica che solitamente utilizza componenti "naturali" (i.e. animali e vegetali) per compiere predizioni oppure per scagliare maledizioni anche se vi sono casi di utilizzo della suddetta pratica per attrarre "fortuna". Il Galdur è invece basato sul linguistico, simbolico e con combinazioni di formule verbali e segni grafici incisi comprese le rune; su questa pratica sono sopravvissute più informazioni.
Altro fatto estremamente rilevante è che la creazione dei "sigilli" è fortemente legata al potere del creatore stesso, quasi ne dipende interamente; il Seiðr invece dipende dal potere di un "alter-ego".

Fonti:
- Galdrabok, Stephen Flowers.

Per approfondimenti sul Seiðr:
- Seidr e Seidkonur nelle saghe islandesi, Carla Del Zotto.

Per approfondimenti sui sigilli: 
- Icelandic Magic: Practical Secrets of the Northern Grimoires, Stephen Flowers.


Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz

venerdì 29 giugno 2018

Tempi ultimi

Nove uomini camminano al buio, fra neve e cespugli 
vermigli e turchesi i loro mantelli, d’argento i loro amuleti 

Marciano decisi, legati da un giuramento, latori di una faida, araldi delle leggi antiche 

Sette generazioni non bastano, a l’uomo di saldi principi, per dimenticare, gli Dèi e la legge reclamano giustizia 

Sacrificano a Tyr, e a Godan il viandante, loro guida, e riprendono il cammino accompagnati dal vento 

Cantano come corvi i figli degli uomini, in onore agli Dèi affrontano il loro Wyrd 

Aguzze le lance, robusti gli scudi, i nobili e i liberi vanno alla guerra 

Tempo di asce, tempo di spade
s'infrangeranno scudi,
tempo di venti, tempo di lupi,
prima che il mondo crolli.

giovedì 28 giugno 2018

Contro le cattedrali

L’Europa dei boschi sacri è assai più antica di quella delle cattedrali, che è recente e già boccheggia, morente, dopo meno di due millenni.

Una cattedrale, ogni cattedrale, può essere demolita in poche ore, è solo sterile pietra e nulla resterà di lei se non rovine, la sua assenza, inoltre, non provocherà alcun danno alla terra di appartenenza, al contrario, la vita potrà riprendere il suo corso e fluire nuovamente in quel luogo. 

La cattedrale più antica del mondo impallidisce innanzi alla più “giovane” delle antiche foreste, la cattedrale è inerte, incapace di operare e resistere senza l’opera umana, la foresta è frutto di un afflato divino e vive, si espande e resiste.
È questa la nostra forza, i nostri Dèi ci affiancano in questa lotta, in questo sogno che è via di salvezza per la nostra terra di mezzo, contro tutto ciò che è mortifero.  
Non abbisogniamo di artificio per la nostra opera, i nostri Dèi non dimorano fra marmi e ori, non fra i servi cercano le loro schiere.

Essi sono gli Dèi dei liberi, di coloro che ancora sanno essere ciò che sono. 

Araldi del ciclo eterno di ciò che deve essere, di ciò che si rinnova ogni giorno rimanendo ancorato a ciò che è realmente vero, autentico e sacro.

mercoledì 27 giugno 2018

Età degli eroi

Bagliori nelle tenebre
uomini e donne danzano attorno ad un frassino 
le fiamme si riflettono sui loro capelli biondi, rossi e corvini mentre i capi argentei, fieri e silenziosi, osservano il futuro della tribù muoversi al ritmo dei tamburi, parlare con gli Dèi.
La musica scema, voci profonde e ritmate ne prendono il posto 

Nove sacrifici vengono portati
nove come i mondi
nove come coloro che sacrificheranno 

Vengono letti gli auspici 
una anziana veggente incide un amuleto 
gli Dèi osservano 

Ciò che era unito si separerà per poi ricongiungersi quando verrà il tempo 

Brusii, voci, e colpi di lance sugli scudi 
le tribù si dividono, ognuna segue la via che il Wyrd ha in serbo per lei.

Osso a osso,
sangue a sangue,
membro a membro,
così tornino uniti

Un incantesimo antico viene pronunciato nell’ombra, voce del vecchio Gautr

Non ora, un giorno

martedì 26 giugno 2018

Idromele: la bevanda degli Dèi, parte V

Archeologia dell’idromele

L’idromele è una bevanda fermentata alcolica ottenuta dalla combinazione di miele e acqua, in presenza di lieviti, che sempre accompagnano il miele ricavato dalle api.
In diverse zone del globo l’uomo ha appreso a raccogliere e a nutrirsi del miele d’api sin dai periodi dei Cacciatori-Raccoglitori, e nell’arte rupestre preistorica sono impresse scene di raccolta del miele datate a partire dai periodi Mesolitici (Crane, 2001). La documentazione iconografica più antica in Europa è venuta alla luce nel levante della Penisola Iberica, dove sono state riconosciute diverse pitture rupestri con scene di figure umane circondate da uno sciame di api, che salgono su delle pertiche o delle scale per avvicinarsi agli alveari, e dove parrebbe essere dipinta anche l’azione di fumigare gli alveari per immobilizzare temporaneamente le api (Dams & Dams, 1977).

Fonti:
- Archeologia dell’idromele (Samorini)
http://samorini.it/…/archeolog…/europa/archeologia-idromele/

P.S.
Questa serie di articoli non danno consigli medici, né suggeriscono l'uso di tecniche come forma di trattamento per problemi fisici o non fisici, per i quali è invece necessario il parere di un medico e/o di uno specialista. Non suggeriscono l’uso della bevanda o dei suoi componenti/ingredienti né direttamente, né indirettamente. 
Nel caso si decidesse di applicare le informazioni contenute in questo post, si declina ogni responsabilità. 
L'intenzione del post è quella di essere illustrativo, non esortativo né didattico.

Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz

lunedì 25 giugno 2018

Idromele: la bevanda degli Dèi, parte IV

Mieli inebrianti

Il miele delle api mellifere è un prodotto ricercato dall’uomo sin dalla più remota antichità, cioè dai periodi dei Cacciatori-Raccoglitori, e nell’arte rupestre preistorica sono impresse scene di raccolta del miele datate a partire dai periodi Mesolitici (Crane, 2001).
Ed è dal miele che l’uomo ha appreso, aggiungendovi acqua e lasciando fermentare, a ricavare la più antica bevanda alcolica, l’idromele, che poteva raggiungere gradazioni dell’8-14%.
I dati archeologici, etnografici e mitologici hanno evidenziato un’antichissima sacralità associata al miele e alle api mellifere, tale per cui un po’ ovunque questi insetti furono considerati donatori di saggezza, di eloquenza e di sensibilità musicale e poetica.
In diversi ambiti culturali e religiosi associati all’utilizzo di prodotti inebrianti si è potuto individuare un sostrato più antico dove la bevanda inebriante originaria era ricavata dal miele e fu in seguito sostituita dal nuovo inebriante. E’ il caso del pulque delle antiche popolazioni messicane ed è il caso anche del vino dionisiaco. Come hanno ben evidenziato gli studi di Kerényi (1992: 51-5), la bevanda inebriante originaria dionisiaca era a base di miele e non di vino. Secondo la tradizione orfica il vino faceva parte degli ultimi – in ordine cronologico – doni di Dioniso (si vedano anche gli studi di Brusa Zappellini, 2002, 2010).
Ma l’ebbrezza associata al miele non è solamente dovuta all’idromele. In tutti i continenti dove vivono le api mellifere si hanno notizie di mieli di per sé inebrianti, cioè psicoattivi quando assunti senza la loro trasformazione in idromele, e la grande antichità del rapporto dell’uomo con le api e soprattutto con i suoi prodotti – miele e cera – fa sì che la scoperta umana di mieli psicoattivi si sia verificata un po’ ovunque sin dai tempi preistorici. E’ possibile che la mitizzazione e la sacralità delle api sia solo in parte dovuta alla scoperta e all’utilizzo dell’idromele, e che in diversi casi sia da ascrivere alla conoscenza di specifici mieli psicoattivi, frequentemente dotati di potenti proprietà allucinogene, delirogene, sedative o stimolanti, a seconda dei casi (Samorini, 2015).
Gli abitanti del Caucaso e della Turchia conoscono bene questo miele, chiamato oggigiorno deli bal (i.e. “miele matto”); in piccole quantità (un cucchiaino) viene mangiato come tonico e, sempre in quantità moderate, è aggiunto alle bevande alcoliche per renderle maggiormente stimolanti e inebrianti. Nel XVIII secolo questo miele veniva commercializzato in grosse quantità, esportato per lo più verso l’Europa, dove era consumato come additivo delle bevande alcoliche nelle osterie (Mayor, 2003: 146-7). Ogni anno nelle regioni caucasiche si verificano casi di intossicazione con questo miele, generalmente non gravi, e sembrano più frequenti nelle annate secche che in quelle umide.
Le proprietà psicoattive e tossiche di questo miele delle regioni del Mar Nero sono dovute al fatto che le api lo ricavano da pollini di fiori di alcune specie di rododendro, in particolare Rhododendron ponticum L. e R. luteumSweet, della famiglia delle Ericaceae. Già gli antichi avevano compreso l’associazione fra questo miele e il rododendro. Plinio (Historia Naturalis, XXI, 77), che scriveva nel primo secolo d.C., riportava che “Nella stessa zona del Ponto, là dove si trova la popolazione dei Sanni, c’è un altro tipo di miele, che chiamano menòmeno4 perché provoca la pazzia. Si pensa che questa caratteristica derivi dal fiore del rododendro”. Eliano riteneva che si trattasse invece del fiore del bosso.

Come detto, mieli inebrianti sono noti in tutte le regioni dove vivono le api e le vespe mellifere. I Gurung dell’Himalaya nepalese conoscono un miele inebriante fabbricato da api che hanno raccolto il nettare dai fiori di Entada gigans (L.) Fawc. & Rendle (Leguminosae, sin. E. scadens) (Coburn, 1984, p. 82). In Brasile, A São Paulo, è noto un miele inebriante chiamato feiticeira (i.e. “fattuchiera”), prodotto da api privi di pungiglione appartenenti forse a una specie di Trigona. Il medesimo miele viene chiamato anche ironicamente vamo-nos-embora, che significa “andiamocene”, per via del fatto che coloro che ne assumono diventano troppo ebbri per ritrovare la strada di uscita dalla foresta (Ihering, 1903, p. 272). Nel Paraguay, il miele di una specie d’ape, chiamata cabatatú, “da un violento mal di testa e causa un’ebbrezza forte come quella prodotta dall’acquavite” (Azara, 1809, I: 160). In Misiones, Argentina, Spegazzini (1909: 40) ebbe la possibilità di sperimentare su sé medesimo un miele narcotico chiamato popolarmente mombuca, e riportò che le proprietà narcotiche erano dovute molto probabilmente a fiori di piante psicoattive visitate dalle api. Si ha notizia di un miele psicoattivo anche nella provincia boliviana di Chiquitos, chiamato omocayoch, di buon sapore ma inebriante “come un liquore, causante spesso perdita temporanea della ragione” (D’Orbigny, 1839-1943, cit. in Schwartz, 1948: 132). Ihering (1903: 273) considerava l’effetto del miele prodotto da certe api come depressivo, mentre quello prodotto da certe vespe come esilarante. L’opposizione reale e mitologica fra mieli inoffensivi e mieli inebrianti dell’Amazzonia è stata studiata approfonditamente con una metodologia strutturalista da Lévi-Strauss (1982).

E’stato ipotizzato che il miele utilizzato ancora oggigiorno da alcune popolazioni Maya come ingrediente per la preparazione della bevanda inebriante del balché, possa essere o esser stato psicoattivo. La sua psicoattività sarebbe dovuta al fatto che le api si cibano di pollini di fiori di Turbina corymbosa (L.) Raf., una convolvulacea allucinogena producente alcaloidi ergolinici (Rätsch, 1998, p. 753; Ott, 1998, p. 262). Effettivamente già Roys (1931, p. 281) riportava che “il miele aromatico ricavato dai fiori di Turbina corymbosa è ritenuto dai Maya yucatechi la fonte di una potente bevanda”, e vi sono documenti etnografici in cui si evidenzia la preparazione nella penisola dello Yucatan di un tipo di miele di api melipone dove gli alveari venivano portati nelle radure della foresta dove cresceva la Turbina corymbosa e facendo attenzione che non crescesse alcun altro fiore (Quintanilla & Eastmond, 2012, pp. 270-1).

Fonti:
- Mieli inebrianti (Samorini)
http://samorini.it/site/etnobotanica/varia/mieli-inebrianti/

Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz

domenica 24 giugno 2018

Idromele: la bevanda degli Dèi, parte III

Bevande fermentate insalivate

La saliva è associata alla storia delle birre e delle altre bevande alcoliche fermentate poiché, come già evidenziato, coinvolta in una primitiva fase della etnofermentologia, dove un po’ in tutto il mondo si scoprì come preparare bevande inebrianti alcoliche da materiale vegetale pre-masticato; fu una scoperta dei periodi neolitici o forse epi-paleolitici dell’umanità. La gradazione alcolica variava e varia tutt’ora fra i 2 e i 7-8 gradi alcolici.
Riferimenti a usi, tradizioni e culti associati alle bevande fermentate insalivate sono presenti presso diverse popolazioni antiche del globo, in particolare quelle indoeuropee, come testimonianza della diffusione di questa arcaica tecnica per ottenere l’ebbrezza; del resto, per spiegare l’universalità di questa primitiva fase dell’etnofermentologia non è necessario elaborare intricate ipotesi diffusioniste, essendo assai probabile un caso di convergenza culturale, ritenendo possibile che questa scoperta sia originata in maniera indipendente in differenti luoghi.

Presso le popolazioni slave nord-europee era diffusa un’antica tradizione che riteneva che la birra, per poter fermentare, dovesse avere come ingrediente la “spuma dell’orso”, cioè la bava o saliva di questo animale, tanto reale quanto mitologicizzata da quelle popolazioni. Non è casuale la relazione etimologica esistente fra i termini tedeschi Bier (i.e. birra) e Bär (i.e. orso), così come l’impiego del medesimo nome nordico antico bjorr per indicare entrambi la birra e l’orso.
Nel poema epico finlandese Kalevala (XX, 300-310) v’è un interessante riferimento alla preparazione della birra alla quale si aggiungeva saliva “delle orribili fauci dell’orso”.
Nell’Edda (Snorri, 4), poema islandese del XIII secolo, viene descritta la pace fra gli Asi e i Vani, due gruppi di dei da tempo in guerra fra loro; per sigillare la pace appena fatta, gli dei di entrambe le schiere sputano nel medesimo recipiente e da questo ammasso salivare creano un uomo di nome Kvasir dotato di saggezza straordinaria.
Questa figura mitologica appartiene al ciclo indoeuropeo dell’Uomo-Bevanda inebriante, di cui il Soma e l’Haoma sono le manifestazioni più note (Dumezil, 1974: 44-6). Il nome Kvasir è strettamente associato al kvas degli Slavi e dei Russi e al kvase norvegese e danese (Isnardi, 1991: 107), che sono nomi indicanti bevande fermentate alcoliche di tipo insalivate, per lo meno nelle fasi primitive della loro preparazione.
Il fatto che Kvasir sia dotato di grande saggezza è dovuto alla sua nascita dalla saliva degli dei; si potrà arguire che le salive divine portano saggezza proprio per la loro natura divina, ma presso diverse culture antiche e attuali sono presenti riferimenti alla saliva, anche umana o animale, come portatrice di saggezza.
In alcune fiabe macedoni un serpente, per ringraziare un uomo che lo ha salvato, gli sputa in bocca e in tal modo l’uomo acquisisce e comprende il linguaggio degli animali o, in un altro racconto, acquisisce virtù profetiche (Eschker, 1998: 141, 206).
Si presentano anche alcuni casi, a mo’ di eccezioni che confermano la regola, in cui la saliva o lo sputo assumono valenza opposta, cioè come detrattori di saggezza. In alcune versioni del mito greco di Glauco, il medico-indovino Polyidos, dopo aver insegnato a Glauco l’arte della mantica e volendo che la sua mente se la dimenticasse, gli sputò in bocca (Paladino, 1978).

Oltre al diffuso valore terapeutico della saliva, esistono casi etnografici, tuttora carenti di studi specifici, in cui la saliva possiede un valore simbolico e rituale come elemento portatore di saggezza. Fra i Chibcha colombiani la saliva dello sciamano (i.e. cacique) è considerata sacra e svolge un ruolo cerimoniale importante nella preparazione rituale della chicha. E’ noto anche che presso diverse tribù del nordest brasiliano la saliva assume valori terapeutici seguendo un’articolata differenziazione fra saliva ottenuta in seguito a prolungato digiuno (“sputo vergine”), saliva del fumatore di pipa di tabacco, saliva del masticatore di foglie di tabacco, ecc. (Gonçalves da Lima, 1990: 332).
Verificata la presenza della saliva come importante elemento nella primitiva fase dell’etnofermentologia, è possibile che il suo valore simbolico come portatrice di saggezza origini dal concetto che la saliva – umana, animale o divina che sia – è responsabile della produzione di bevande inebrianti – queste ultime universalmente arrecanti saggezza oltre che allegria – seguendo quindi il sillogismo 'saliva = ebbrezza = saggezza' (Samorini, 2016).

Fonti:
- Bevande fermentate insalivate (Samorini)
http://samorini.it/…/americhe/bevande-fermentate-insalivate/

Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz