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martedì 1 settembre 2020
Wyrd
sabato 30 giugno 2018
Galdur e Seiðr
Queste due pratiche sono sopravvissute fino ad oggi.
La principale distinzione tra i due tipi di "pratica magica" è essenzialmente di tipo morale.
Il Seiðr veniva visto come una pratica "vergognosa" poiché prevedeva il ricorso ad atteggiamenti tipicamente femminili. Probabilmente questo tipo di distinzioni indica soprattutto l’area di competenza del maschile e femminile intervenuta con il cambio di società e la guerra tra Asi e Vani.
Altro distinguo tra le due pratiche, è che il Seiðr potrebbe essere vicino alla pratica sciamanica o subirne le influenze poiché prevede uno stato di trance e/o una comunicazione con gli spiriti; non è riconosciuta come pratica sciamanica vera e propria ma molto vicina. Il Seiðr è attribuito al "popolo" dei Vani e Freyja l’ha insegnato ad Odino.
Odino si dice essere il padre dei Galdur, e questa pratica sembra essere prettamente maschile. In effetti la maggior parte dei ritrovamenti - quasi tutti - riguardanti la pratica ed i "sigilli" sono attribuiti agli uomini.
Fonti:
Per approfondimenti sul Seiðr:
Per approfondimenti sui sigilli:
Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz
venerdì 29 giugno 2018
Tempi ultimi
giovedì 28 giugno 2018
Contro le cattedrali
martedì 26 giugno 2018
Idromele: la bevanda degli Dèi, parte V
L’idromele è una bevanda fermentata alcolica ottenuta dalla combinazione di miele e acqua, in presenza di lieviti, che sempre accompagnano il miele ricavato dalle api.
Fonti:
- Archeologia dell’idromele (Samorini)
http://samorini.it/…/archeolog…/europa/archeologia-idromele/
P.S.
lunedì 25 giugno 2018
Idromele: la bevanda degli Dèi, parte IV
Il miele delle api mellifere è un prodotto ricercato dall’uomo sin dalla più remota antichità, cioè dai periodi dei Cacciatori-Raccoglitori, e nell’arte rupestre preistorica sono impresse scene di raccolta del miele datate a partire dai periodi Mesolitici (Crane, 2001).
Ed è dal miele che l’uomo ha appreso, aggiungendovi acqua e lasciando fermentare, a ricavare la più antica bevanda alcolica, l’idromele, che poteva raggiungere gradazioni dell’8-14%.
I dati archeologici, etnografici e mitologici hanno evidenziato un’antichissima sacralità associata al miele e alle api mellifere, tale per cui un po’ ovunque questi insetti furono considerati donatori di saggezza, di eloquenza e di sensibilità musicale e poetica.
In diversi ambiti culturali e religiosi associati all’utilizzo di prodotti inebrianti si è potuto individuare un sostrato più antico dove la bevanda inebriante originaria era ricavata dal miele e fu in seguito sostituita dal nuovo inebriante. E’ il caso del pulque delle antiche popolazioni messicane ed è il caso anche del vino dionisiaco. Come hanno ben evidenziato gli studi di Kerényi (1992: 51-5), la bevanda inebriante originaria dionisiaca era a base di miele e non di vino. Secondo la tradizione orfica il vino faceva parte degli ultimi – in ordine cronologico – doni di Dioniso (si vedano anche gli studi di Brusa Zappellini, 2002, 2010).
Ma l’ebbrezza associata al miele non è solamente dovuta all’idromele. In tutti i continenti dove vivono le api mellifere si hanno notizie di mieli di per sé inebrianti, cioè psicoattivi quando assunti senza la loro trasformazione in idromele, e la grande antichità del rapporto dell’uomo con le api e soprattutto con i suoi prodotti – miele e cera – fa sì che la scoperta umana di mieli psicoattivi si sia verificata un po’ ovunque sin dai tempi preistorici. E’ possibile che la mitizzazione e la sacralità delle api sia solo in parte dovuta alla scoperta e all’utilizzo dell’idromele, e che in diversi casi sia da ascrivere alla conoscenza di specifici mieli psicoattivi, frequentemente dotati di potenti proprietà allucinogene, delirogene, sedative o stimolanti, a seconda dei casi (Samorini, 2015).
Gli abitanti del Caucaso e della Turchia conoscono bene questo miele, chiamato oggigiorno deli bal (i.e. “miele matto”); in piccole quantità (un cucchiaino) viene mangiato come tonico e, sempre in quantità moderate, è aggiunto alle bevande alcoliche per renderle maggiormente stimolanti e inebrianti. Nel XVIII secolo questo miele veniva commercializzato in grosse quantità, esportato per lo più verso l’Europa, dove era consumato come additivo delle bevande alcoliche nelle osterie (Mayor, 2003: 146-7). Ogni anno nelle regioni caucasiche si verificano casi di intossicazione con questo miele, generalmente non gravi, e sembrano più frequenti nelle annate secche che in quelle umide.
Le proprietà psicoattive e tossiche di questo miele delle regioni del Mar Nero sono dovute al fatto che le api lo ricavano da pollini di fiori di alcune specie di rododendro, in particolare Rhododendron ponticum L. e R. luteumSweet, della famiglia delle Ericaceae. Già gli antichi avevano compreso l’associazione fra questo miele e il rododendro. Plinio (Historia Naturalis, XXI, 77), che scriveva nel primo secolo d.C., riportava che “Nella stessa zona del Ponto, là dove si trova la popolazione dei Sanni, c’è un altro tipo di miele, che chiamano menòmeno4 perché provoca la pazzia. Si pensa che questa caratteristica derivi dal fiore del rododendro”. Eliano riteneva che si trattasse invece del fiore del bosso.
Come detto, mieli inebrianti sono noti in tutte le regioni dove vivono le api e le vespe mellifere. I Gurung dell’Himalaya nepalese conoscono un miele inebriante fabbricato da api che hanno raccolto il nettare dai fiori di Entada gigans (L.) Fawc. & Rendle (Leguminosae, sin. E. scadens) (Coburn, 1984, p. 82). In Brasile, A São Paulo, è noto un miele inebriante chiamato feiticeira (i.e. “fattuchiera”), prodotto da api privi di pungiglione appartenenti forse a una specie di Trigona. Il medesimo miele viene chiamato anche ironicamente vamo-nos-embora, che significa “andiamocene”, per via del fatto che coloro che ne assumono diventano troppo ebbri per ritrovare la strada di uscita dalla foresta (Ihering, 1903, p. 272). Nel Paraguay, il miele di una specie d’ape, chiamata cabatatú, “da un violento mal di testa e causa un’ebbrezza forte come quella prodotta dall’acquavite” (Azara, 1809, I: 160). In Misiones, Argentina, Spegazzini (1909: 40) ebbe la possibilità di sperimentare su sé medesimo un miele narcotico chiamato popolarmente mombuca, e riportò che le proprietà narcotiche erano dovute molto probabilmente a fiori di piante psicoattive visitate dalle api. Si ha notizia di un miele psicoattivo anche nella provincia boliviana di Chiquitos, chiamato omocayoch, di buon sapore ma inebriante “come un liquore, causante spesso perdita temporanea della ragione” (D’Orbigny, 1839-1943, cit. in Schwartz, 1948: 132). Ihering (1903: 273) considerava l’effetto del miele prodotto da certe api come depressivo, mentre quello prodotto da certe vespe come esilarante. L’opposizione reale e mitologica fra mieli inoffensivi e mieli inebrianti dell’Amazzonia è stata studiata approfonditamente con una metodologia strutturalista da Lévi-Strauss (1982).
E’stato ipotizzato che il miele utilizzato ancora oggigiorno da alcune popolazioni Maya come ingrediente per la preparazione della bevanda inebriante del balché, possa essere o esser stato psicoattivo. La sua psicoattività sarebbe dovuta al fatto che le api si cibano di pollini di fiori di Turbina corymbosa (L.) Raf., una convolvulacea allucinogena producente alcaloidi ergolinici (Rätsch, 1998, p. 753; Ott, 1998, p. 262). Effettivamente già Roys (1931, p. 281) riportava che “il miele aromatico ricavato dai fiori di Turbina corymbosa è ritenuto dai Maya yucatechi la fonte di una potente bevanda”, e vi sono documenti etnografici in cui si evidenzia la preparazione nella penisola dello Yucatan di un tipo di miele di api melipone dove gli alveari venivano portati nelle radure della foresta dove cresceva la Turbina corymbosa e facendo attenzione che non crescesse alcun altro fiore (Quintanilla & Eastmond, 2012, pp. 270-1).
- Mieli inebrianti (Samorini)
http://samorini.it/site/etnobotanica/varia/mieli-inebrianti/
Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz
domenica 24 giugno 2018
Idromele: la bevanda degli Dèi, parte III
La saliva è associata alla storia delle birre e delle altre bevande alcoliche fermentate poiché, come già evidenziato, coinvolta in una primitiva fase della etnofermentologia, dove un po’ in tutto il mondo si scoprì come preparare bevande inebrianti alcoliche da materiale vegetale pre-masticato; fu una scoperta dei periodi neolitici o forse epi-paleolitici dell’umanità. La gradazione alcolica variava e varia tutt’ora fra i 2 e i 7-8 gradi alcolici.
Riferimenti a usi, tradizioni e culti associati alle bevande fermentate insalivate sono presenti presso diverse popolazioni antiche del globo, in particolare quelle indoeuropee, come testimonianza della diffusione di questa arcaica tecnica per ottenere l’ebbrezza; del resto, per spiegare l’universalità di questa primitiva fase dell’etnofermentologia non è necessario elaborare intricate ipotesi diffusioniste, essendo assai probabile un caso di convergenza culturale, ritenendo possibile che questa scoperta sia originata in maniera indipendente in differenti luoghi.
Presso le popolazioni slave nord-europee era diffusa un’antica tradizione che riteneva che la birra, per poter fermentare, dovesse avere come ingrediente la “spuma dell’orso”, cioè la bava o saliva di questo animale, tanto reale quanto mitologicizzata da quelle popolazioni. Non è casuale la relazione etimologica esistente fra i termini tedeschi Bier (i.e. birra) e Bär (i.e. orso), così come l’impiego del medesimo nome nordico antico bjorr per indicare entrambi la birra e l’orso.
Nel poema epico finlandese Kalevala (XX, 300-310) v’è un interessante riferimento alla preparazione della birra alla quale si aggiungeva saliva “delle orribili fauci dell’orso”.
Nell’Edda (Snorri, 4), poema islandese del XIII secolo, viene descritta la pace fra gli Asi e i Vani, due gruppi di dei da tempo in guerra fra loro; per sigillare la pace appena fatta, gli dei di entrambe le schiere sputano nel medesimo recipiente e da questo ammasso salivare creano un uomo di nome Kvasir dotato di saggezza straordinaria.
Questa figura mitologica appartiene al ciclo indoeuropeo dell’Uomo-Bevanda inebriante, di cui il Soma e l’Haoma sono le manifestazioni più note (Dumezil, 1974: 44-6). Il nome Kvasir è strettamente associato al kvas degli Slavi e dei Russi e al kvase norvegese e danese (Isnardi, 1991: 107), che sono nomi indicanti bevande fermentate alcoliche di tipo insalivate, per lo meno nelle fasi primitive della loro preparazione.
Il fatto che Kvasir sia dotato di grande saggezza è dovuto alla sua nascita dalla saliva degli dei; si potrà arguire che le salive divine portano saggezza proprio per la loro natura divina, ma presso diverse culture antiche e attuali sono presenti riferimenti alla saliva, anche umana o animale, come portatrice di saggezza.
In alcune fiabe macedoni un serpente, per ringraziare un uomo che lo ha salvato, gli sputa in bocca e in tal modo l’uomo acquisisce e comprende il linguaggio degli animali o, in un altro racconto, acquisisce virtù profetiche (Eschker, 1998: 141, 206).
Si presentano anche alcuni casi, a mo’ di eccezioni che confermano la regola, in cui la saliva o lo sputo assumono valenza opposta, cioè come detrattori di saggezza. In alcune versioni del mito greco di Glauco, il medico-indovino Polyidos, dopo aver insegnato a Glauco l’arte della mantica e volendo che la sua mente se la dimenticasse, gli sputò in bocca (Paladino, 1978).
Oltre al diffuso valore terapeutico della saliva, esistono casi etnografici, tuttora carenti di studi specifici, in cui la saliva possiede un valore simbolico e rituale come elemento portatore di saggezza. Fra i Chibcha colombiani la saliva dello sciamano (i.e. cacique) è considerata sacra e svolge un ruolo cerimoniale importante nella preparazione rituale della chicha. E’ noto anche che presso diverse tribù del nordest brasiliano la saliva assume valori terapeutici seguendo un’articolata differenziazione fra saliva ottenuta in seguito a prolungato digiuno (“sputo vergine”), saliva del fumatore di pipa di tabacco, saliva del masticatore di foglie di tabacco, ecc. (Gonçalves da Lima, 1990: 332).
Verificata la presenza della saliva come importante elemento nella primitiva fase dell’etnofermentologia, è possibile che il suo valore simbolico come portatrice di saggezza origini dal concetto che la saliva – umana, animale o divina che sia – è responsabile della produzione di bevande inebrianti – queste ultime universalmente arrecanti saggezza oltre che allegria – seguendo quindi il sillogismo 'saliva = ebbrezza = saggezza' (Samorini, 2016).
Fonti:
- Bevande fermentate insalivate (Samorini)
http://samorini.it/…/americhe/bevande-fermentate-insalivate/
Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz
sabato 23 giugno 2018
Idromele: la bevanda degli Dèi, parte II
L’archeologia delle bevande alcoliche è vastissima, e per descrivere con una certa estensione l’archeologia del vino o della birra sarebbe necessario stendere un voluminoso libro. E in effetti esistono diversi saggi a riguardo (ad esempio, per il vino si veda McGovern, 2004b; per la birra Nelson, 2005). In questa sede verrà focalizzato solamente il problema delle origini delle bevande fermentate.
L’alcol etilico viene prodotto in natura da specifici meccanismi biochimici. Esso si forma principalmente laddove siano presenti nel medesimo ambiente zuccheri, acqua e lieviti. Questi ultimi sono ubiquitari, specialmente in concomitanza di materiale vegetale. Moltissimi frutti di alberi e arbusti contengono nella loro polpa zuccheri e acqua, e quando superano un certo grado di maturazione, i lieviti iniziano a metabolizzare gli zuccheri producendo l’alcol. Quando una mela, una pera o altro frutto ricco in polpa saccarina viene attaccato dai lieviti, “marcisce” e inizia a produrre alcol. Il processo di formazione del vino dal succo d’uva (mosto) si basa su questo meccanismo biologico.
Diversi animali frugiferi si cibano di frutta ultra-matura, e di conseguenza si ubriacano per il suo contenuto alcolico. I moderni studi etologici stanno evidenziando come questo comportamento in frequenti casi non sia accidentale, bensì corrisponda a un’intenzionale assunzione di alcol per conseguirne i suoi effetti psicotropi (Samorini, 2013). L’alcol etilico si produce anche quando la linfa zuccherina di alberi o di piante succulente, a causa di una rottura accidentale o intenzionale, fuoriesce dai suoi canali conduttori, mettendola così a contatto con i lieviti, come è il caso del foro praticato nelle piante messicane di agave per produrre la bevanda alcolica del pulque (Samorini, 2012).
Fonti:
- Archeologia delle bevande alcoliche (Samorini)
http://samorini.it/site/archeologia/asia/bevande-alcoliche/
Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz
venerdì 22 giugno 2018
Idromele: la bevanda degli Dèi, parte I
La bevanda inebriante più diffusa nella mitologia scandinava è l’idromele. Dei e uomini ne bevono ad ogni occasione. Nell’opera islandese nota come Edda di Snorri, sono riportate le origini mitiche di questa bevanda, che vanno dalla creazione mediante lo sputo divino di un uomo saggio chiamato Kvasir, alla sua uccisione da parte di due nani, che ottengono l’idromele mescolando il suo sangue con del miele, al passaggio di possesso dell’idromele ai Giganti, sino al furto della bevanda per opera di Odino, che lo ruba affinché tutti gli Asi e gli uomini dotati di abilità poetiche ne possano bere.
Nel racconto scandinavo, Bragi è uno degli dei Asi, di cui Odino è il principale rappresentante. Ægir è un uomo esperto nella magia. Un giorno questi decide di recarsi presso gli Asi, i quali in suo onore preparano un banchetto. Bragi siede accanto a Ægir, e i due conversano a lungo su diversi eventi in cui furono coinvolti gli Asi. Durante questo dialogo, Ægir chiede a Bragi come sia originata la poesia, ed Ægir si cimenta nel racconto delle origini dell’idromele di poesia e su come Odino fosse riuscito a impossessarsene rubandolo ai Giganti.
Fonti:
- Idromele di Odino (Samorini)
http://samorini.it/site/mitologia/alcol/idromele-di-poesia/
Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz
mercoledì 20 giugno 2018
Zhiva
martedì 19 giugno 2018
Kupala
sabato 16 giugno 2018
Eurasia mistica
Gelo
scricchiolio di rami sotto pesanti stivali
un’ombra cammina per sentieri obliati, diretta verso il proprio destino.
Roman il folle, Roman il sognatore, Roman Il saggio, avvolto in una pelle di renna sta sognando con gli Dèi.
Tamburi
Crepitio di fiamma
Vento
Fumo, pelle, pelliccia
Ricordi sopiti, istinti soffocati
Ombre che camminano
Fra alberi e rocce
Acque e spiriti
Un altare
Ossa e carni
Voci
Tutto ritorna e rinasce, il ciclo eterno ciò che deve essere
vita e morte, lotta e ignavia
due medaglie, due facce
Un lungo mantello, un grigio viandante
il vecchio guercio tornerà su questa terra di mezzo
Visioni di spada, nebbie, salici ed ere
eterno ritorno, tribù, legami
Stirpe ugrica, stirpe germanica, figlio del Piccolo Padre
Signore delle lance e delle spade, archetipo, signore della guerra
Questo vede Roman il giovane, questo sente Roman il massacratore, lento marcia nella notte, Sceadugenga, ombra tra le ombre
venerdì 15 giugno 2018
Mardǫll
Nenie e canti aleggiano fra i campi
lodi e omaggi alla signora di Sessrumnir
Veglia su gemiti e ardori, la giovane Óð's, madre della battaglia, pace degli innamorati, delizia del morente
A lei, Gefn, che a generato Gǫrsimi e Hnoss, dedichiamo il cuore e la spada, l’ardore e la passione
Sorella e amante, figlia e moglie, donatrice del Seiðr, prediletta fra i Vanir.
Volete saperne ancora?
giovedì 14 giugno 2018
Grímnir
martedì 12 giugno 2018
Uomo eterno e uomo moderno
Fare propri i valori della fede e del tribalismo, della lotta e dell'anima, saper distinguere l'utile dal disutile, essere realmente liberi nell'essere radicati.
Saper ascoltare il vento e le foglie, l'acqua e la terra; trarre saggezza dagli spiriti e dedicarsi all'Eterno di contro a ciò che è labile accettando il destino e la propria sorte senza lagnanze essendo consapevoli di non potersi opporre al fato.
Accettare la propria mortalità come i nostri antenati han fatto prima di noi onorandone l'operato e portandone avanti la stirpe.
Essere tribù, legno e paglia, albero e foglia.
Vita.
domenica 10 giugno 2018
níðstöng o tréníð / vindgapi
“I fratelli aspettarono fino alle tre del pomeriggio e allora Jökull e Faxi-Brandr andarono fino all’ovile di Finnbogi che era vicino alla fattoria; presero un palo e lo portarono alla fattoria. C’erano là anche dei cavalli che avevano cercato riparo durante la tempesta. Jökull intagliò la testa di un uomo a un’estremità del palo e scrisse in rune tutto il preambolo di cui si è detto prima. Poi Jökull uccise una giumenta, la squartarono e l’infilarono sul palo, rivolta verso la casa a Borg. Poi tornarono a casa, passarono la notte da Faxi-Brandr ed erano di ottimo umore”.
Il palo d’infamia non riportava dunque solo maledizioni in caratteri runici ma esprimeva anche un’evidente accusa di ergi, vale a dire di omosessualità passiva, poiché la persona per la quale era stato innalzato veniva paragonata a una giumenta, ovvero a un essere femminile (Sull’accusa di essere simile a una donna, o a un essere di genere femminile, quale massima offesa secondo il codice etico di epoca vichinga, cfr. supra, n. 29); la testa equina infilzata su un’estremità del palo, quasi a guardare l’altra estremità con sopra raffigurata una testa d’uomo, sembrava così evocare il coinvolgimento in un atto osceno della giumenta e dell’uomo, per il quale era stato eretto il palo.
(Seidr e seidkonur nelle saghe islandesi – Carla Del Zotto)
NB: Erigere il palo d’infamia non rientra nella tipologia di incantesimi in cui si ricorre al seiðr. I testi islandesi menzionano una pluralità di incantesimi, realizzati anche senza ricorrere al seiðr. Nella Saga di Grettir (Grettis saga) la nutrice di Þorbjörn compie un sortilegio incidendo rune malefiche su un tronco d’albero; il ceppo stregato e poi gettato in mare sarà raccolto da Grettir che tagliandolo si procurerà la ferita mortale. La Saga di Gísli (Gísla saga) riporta la descrizione di un palo D’infamia (níðstöng o tréníð).
(Seidr e seidkonur nelle saghe islandesi – Carla Del Zotto)
Altri riferimenti:
Nella Saga di Egil, ambientata tra Scandinavia, Islanda e Isole britanniche nel X secolo ma composta intorno al 1230 - forse da Snorri Sturluson (1179-1241), eminente uomo politico e letterato dell’Islanda medievale - il protagonista rivela moltitratti odinici; Egil è scaldo, vichingo, mago, maestro di rune e discendente di berserkir. Il contrasto per l’eredità della moglie lo vede in conflitto con la casa regnante di Norvegia, e per vendicarsi dei torti ricevuti Egil innalza contro Eirik Ascia-insanguinata e sua moglie Gunnhild un palo d’infamia ( níðstöng); vale a dire, un bastone con sopra incisa una potente maledizione, sormontato inoltre da una testa di cavalloquale grave marchio d’insulto, in quanto simbolo di codardia e omosessualità.
Nel cap. 57 della saga si legge che Egil, dopo aver ucciso Berg Onundr e il figlio di re Eirik, tornò di nuovo sull’isola e «preso un ramo di nocciolo salì su un promontorio roccioso rivolto verso la terraferma. Poi infilò una testa di cavallo sul bastone e pronunciò queste parole rituali: “io innalzo qui un palo d’infamia verso re Eirik e la regina Gunnhild”; e, girando la testa del cavallo verso il continente, disse:
“e io rivolgo questo insulto verso i numi tutelari che abitano questa terra affinché errino dappertutto per strade sbagliate, e non prendano né trovino il loro posto prima che re Eirik e Gunnhild siano cacciati dal paese”. Piantò quindi il bastone in una fenditura della roccia e lo lasciò lì. Girò anche la testa del cavallo verso la terraferma e incise rune sul bastone e queste (rune) dicono l’intero incantesimo.
Poi Egil tornò alla nave. Issarono le vele e navigarono in mare aperto»
In Saxo l’episodio è presentato secondo la prospettiva cristiana come una vana pratica di superstizione. Nei Gesta Danorum si legge che Grep, non avendo ottenuto dal re il permesso di vendicarsi con le armi, cercò di prevalere su Eric facendo ricorso alla magia nera. Raggiunta la costa con un drappello di maghi, essi dapprima infilzarono su una lancia la testa di un cavallo sacrificato agli dèi; poi gli tennero aperta la bocca infilandovi pezzi di legno, credendo così di riuscire a dissuadere Eric dall’attraversare il fiume. Questi, compreso il significato nefasto dell’osceno apparato agitato dai maghi, intimò ai suoi uomini di non parlare per non attirare malefici, ma continuò ad avanzare e disse:
«questo carico di cattiva sorte ricada su coloro che lo innalzano e tocchi a noi un destino migliore».
Poco dopo coloro che continuavano a muovere la lancia sormontata dalla testa di cavallo furono travolti dalla stessa che cadde su di loro.
(Maleficia vel litterae solutoriae - Il valore magico delle rune. Carla del zotto)
Un secondo palo simile al primo è il vindgapi. Su questo non ci sono molte informazioni. Secondo il museo islandese di stregoneria e stregoneria a Strandir Islanda:
Lo scopo di un vindgapi era creare tempeste e attaccare case e villaggi costieri e uomini in mare aperto. E stato preso abbastanza sul serio che diversi uomini nel XVIII secolo sono stati perseguiti per omicidio dopo essere stati accusati di aver causato una tempesta che ha causato diverse morti.
La testa di pesce veniva posta sopra un palo scolpito con rune di imprecazioni. Quindi un sigillo runico doveva essere scritto usando una piuma di corvo sulla testa del pesce con sangue prelevato dal piede destro. Il vindgapi doveva essere posto dove la terra incontrava il mare con la bocca aperta rivolta verso la direzione in cui i venti dovevano. Secondo la tradizione, più alto era il vindgapi, più forte era la tempesta.
CONCLUSIONI PERSONALI
Potremmo azzardare Che la differenza dei due tipi di pali, sia di natura “territoriale”, nonché legata a diversa “funzione”. Mentre nel primo (níðstöng) veniva chiamati spiriti legati alla terra, nel secondo (Vindgapi) vengono chiamati “spiriti o mostri” marini. L’ipotesi scaturisce dal fatto che trattandosi di villaggi costieri, dove la maggior parte delle morti potevano essere causate da tempeste e “mostri marini”, la testa di giumenta sia stata sostituita da una testa di pesce molto “brutto” quasi a simulare un “mostro marino”. In fin dei conti se il níðstöng ha implicazioni con spiriti terreni, potrebbe essere del tutto plausibile che il vindgapi è in relazione con spiriti del mare e la testa di giumenta sia stata sostituita con la testa di un “pesce”.
Esempi moderni:
Durante la dimostrazione del 4 aprile 2016 contro il primo ministro islandese Sigmundur Davið Gunnlaugsson, sono stati utilizzati pali di infamia improvvisati con teste di merluzzo essiccate.
Orlando, in collaborazione con le vie di Wodanaz
giovedì 7 giugno 2018
Völva, sacerdotessa del mondo antico
quando il vecchio giunse
Yggjungr degli Æsir
e la fissò negli occhi.
“Che cosa mi chiedete?
Perché mi mettete alla prova?
Tutto io so, Óðinn,
dove tu nascondesti l'occhio
nella famosa
Mímisbrunnr!
Mímir beve idromele
ogni mattino
dal pegno pagato da Valfǫðr.
Che altro tu sai?”
Vǫluspá, la profezia della veggente - verso 28
Poche figure del mondo antico hanno subito tante mistificazioni quanto la völva, bistrattate e perseguitate prima e dimenticate poi le völur sono sopravvissute nell’immaginario popolare sotto forma di streghe e veggenti.
Ma cosa erano, e soprattutto cosa rappresentavano, queste donne nella società germanica antica?
Partiamo dal significato etimologico, völva ha le sue radici nella parola vǫlr, ovvero verga, bastone con poteri divinatori, la völra è “colei che porta il bastone” o “portatrice di bastone”, è quindi una sibilla, una sacerdotessa incaricata dell’interpretazione del futuro al quale gli uomini si rivolgevano per chiedere consiglio e, spesso, andarsene ancor più pieni di domande.
La loro autorità era indiscussa, libera dai legami tipici della loro società, viaggiavano, spesso accompagnate da un seguito variabile di giovani servitori di ambo i sessi, tra svariati insediamenti mettendosi spesso al servizio dei vari signori della guerra dai quali ottenevano protezione e doni in cambio dei propri servigi.
Peculiare è anche la visione delle pratiche magiche presso questi popoli, viste talvolta come inadatte ad un uomo e riservando quindi il ruolo sacerdotale al sesso femminile e, in alcuni rari casi, a uomini considerati “ergi”, effemminati o omosessuali.
Una leggenda legata alla figura di queste sacerdotesse sono i riti erotici che la vox populi attribuisce loro, oltre ovviamente agli immancabili filtri amorosi con i quali le suddette avrebbero portato via i mariti a povere ed ingenue popolane; come sempre in questi casi la verità assoluta non esiste, vi sono però diverse teorie più o meno razionali.
In tutta probabilità queste donne “libere” avevano un certo fascino sugli uomini ed il loro status permetteva una certa “varietà” a livello sessuale impensabile per le loro coeve, inoltre durante i loro viaggi le völur erano vulnerabili e necessitavano di una compagine di guerrieri come scorta, l’approccio sessuale poteva rappresentare un mezzo di reclutamento per questa schiera.
Questa figura, come è ovvio, divenne più rara con l’avvento della religione del Cristo Bianco e dei suoi adepti, questi infatti mal tolleravano la libertà perfino negli uomini, non potevano certo accettare quella di una donna.
Vennero quindi gli anni della persecuzione e delle calunnie, l’età del lupo era infine giunta.
martedì 5 giugno 2018
Ritualità e disciplina
Il vivere come rituale, fare il sovrumano sforzo di non vivere di questa epoca ma di questa era, scardinando ogni civitas con le sue concezione.
Pensiero eterno, dinamismo ciclico.
Ritualità e simboli avvicinano agli Dèi, la mollezza spirituale indebolisce, colui che vi indugia viene subito blandito dalle futilità.
Prima arma di ogni civitas è la mancanza di una sana disciplina interiore.
Allontanare quando non porta giovamento, quanto non ci migliora innanzi agli Dèi e alla nostra gente, agire sul tutto e nel tutto per il Padre del tutto, questa è la via.
domenica 3 giugno 2018
Note di un camminatore
Siamo primitivi per qualunque memoria.
Oggi come ieri, siamo artigiani, esploratori, cercatori, trovatori, poeti, scrittori, guaritori, portatori dai gesti semplici e forti.
Oggi come ieri, Non siamo commercianti.
Al bivio scegliamo senza paura, non ci fermiamo, e non perdiamo mai l'orientamento.
Siamo il faro per i dispersi, la pietra che le tempeste non abbattono.
Siamo quel segno che rimane scolpito sulla pelle, nella memoria, sulla pietra, sul tronco, sulla terra.
Siamo animali, a volte persone, altre spirito dallo sguardo selvaggio, dalla pelle di tutti i colori. Ci muoviamo senza confini e siamo i folli per i molti che incontriamo.
Siamo i nemici dell'ordinario ed i protettori di ciò che non è ordinario, siamo la sveglia.
Siamo da evitare per molti ma saremo ricordati dai pochi che si alzeranno, che danzeranno, che voleranno o cammineranno.
Siamo quei pochi che non si comprendono, che non si imitano, che non possono essere intaccati dal falso.
A volte siamo sciocchi, sembriamo comici ma mai sprovveduti e indifesi.
Siamo i custodi di ciò che non deve morire, la speranza.
venerdì 1 giugno 2018
Legno e paglia
La civitas, in quanto a-naturale, pensa solo in grande e a questo metro di misura educa coloro che ne abbracciano gli ideali.
Roma, per fare un esempio noto, è glorificata e presa ad esempio anche a causa di quanto ha lasciato, delle grandi costruzioni, delle rovine a testimonianza delle sue grandi metropoli di schiavi.
Noi vogliamo staccarci da questa mentalità megalomane, il nostro pensiero non è orientato alla città uniformante, alle grandi opere deturpanti o a ciò che è fastoso e visibile. Noi lottiamo per il piccolo, per i villaggi autonomi, per le cascine indipendenti, per la bellezza della semplicità e la gloria dell’essere quello che si è.
Tenetevi quindi i colossei e le piramidi, tenetevi le fortezze di pietra e le sale marmoree e lasciateci il legno e la paglia, la terra e i fiumi, le foreste e i laghi.
Noi combattiamo per ciò che è sempre stato, per decine se non centinaia di migliaia di anni, per ciò che è davvero eterno.
La civitas è passeggera, tutti gli imperi millenari cadono, tutte le repubbliche, le monarchie e le costituzioni di questo mondo sono effimere, durano giusto il tempo di un respiro nel vento della storia.
Solo gli Dèi sono eterni, insieme a ciò che essi hanno creato.
Abbiamo già vinto.
